COOPERATORE SALESIANO

 

 

I cooperatori di don Bosco

 

Per designare i suoi aiutanti non religiosi, don Bosco tergiversò parecchio prima di risolversi ad assumere la denominazione di «cooperatori salesiani», apparsa solamente al termine di una lunga catena di eventi.[1] Egli ha datato del 1841 il primo embrione della sua opera, e la congregazione salesiana è nata nel 1859. Durante una trentina d’anni, egli esitò a proposito del titolo da dare alla categoria dei suoi collaboratori. Perlomeno, i cooperatori sono stati denominati successivamente: promotori dell’oratorio di san Francesco di Sales, membri esterni della congregazione (o società) salesiana di san Francesco di Sales, associati alla congregazione di san Francesco di Sales, associati salesiani, membri dell’Unione cristiana, membri dell’Associazione salesiana, membri dell’Associazione delle buone opere. Solo nel 1876 sono divenuti «cooperatori salesiani» nella pia unione che li associava.

Nel­lo spirito di don Bosco, l’espressione di volta in volta usata connotava parecchie idee, a cui ci teneva: quelle di membri di un’unione, di membri di un’unione salesiana e di membri di un’unione salesiana operativa. Al centro della parola cooperatori, aveva posto il termine operatori che, preceduta dal prefisso co destinato a sottolineare l’unione (con la società religiosa), al nostro santo apparve certamente conveniente. Gli associati erano tra loro riuniti in vista di un’azione o operazione realizzatrice. L’introduzione del testo di regolamento, pubblicato ad Albenga nel 1876, si apriva con le parole: «Al lettore. Appena s’incominciò l’Opera degli Oratorii nel 1841 tosto alcuni pii e zelanti sacerdoti e laici vennero in aiuto a coltivare la messe che fin d’allora si presentava copiosa nella classe de’ giovanetti pericolanti. Questi Collaboratori o Cooperatori furono in ogni tempo il sostegno delle Opere Pie che la Divina Provvidenza ci poneva tra mano».[2] I cooperatori di don Bosco collaboravano, nel senso italiano del termine, ossia lavoravano con lui. Ammiratori inoperosi non gli bastavano. Come spiegava nel libretto del 1876, «nei tempi difficili» che attraversava negli anni settanta, egli riteneva indispensabile la collaborazione, soprattutto «per promuovere lo spirito di preghiera, di carità con tutti i mezzi, che la Religione somministra e così rimuovere o almeno mitigare questi mali, che mettono a repentaglio il buon costume della crescente gioventù, nelle cui mani stanno i destini della civile società». «Egli è per accorrere a tante necessità che si cercano Cooperatori».[3] Tutto sommato, nello spirito di don Bosco, il termine cooperatore implicava una triplice idea: l’associazione, l’associazione con la congregazione salesiana e l’associazione salesiana in vista di una determinata azione apostolica.

Egli aveva cercato a lungo di legare strettamente questi cooperatori alla sua società religiosa. Fino alla vigilia della loro approvazione, nelle costituzioni salesiane c’era un capitolo dedicato ai membri «esterni» della stessa società. Nella sua prima formulazione conosciuta (verso il 1860) esso diceva: «1. Qualunque persona anche vivendo nella propria casa in seno alla propria famiglia può appartenere alla nostra società. – 2. Egli non fa alcun voto; ma procurerà di mettere in pratica quella parte del presente regolamento che è compatibile colla sua età e condizione. – 3. Per partecipare dei beni spirituali della Società bisogna che faccia almeno una promessa al Rettore di impiegare le sue sostanze e le sue forze nel modo che egli giudicherà tornare a maggior gloria di Dio. – 4. Tale promessa non obbliga sotto pena di colpa nemmeno veniale».[4]

Cerchiamo di analizzare le cose da vicino. L’ottica di don Bosco non era esclusivamente altruista e sociale. Il «fine fondamentale» che assegnava alla sua associazione toccava appunto l’altro, la persona stessa del cooperatore. Si trattava di imitare i primi cristiani ed essere uniti «in un cuor solo ed in un’anima sola, per riuscire nell’importante affare, nel grande progetto della eterna salvezza dell’anima nostra. È questo il fine dell’Associazione Salesiana».[5] Il regolamento del 1876 proclamava: «Scopo fondamentale de’ Cooperatori Salesiani si è di fare del bene a se stessi mercè un tenore di vita, per quanto si può, simile a quello che si tiene nella vita comune».[6] Don Bosco immaginava sempre le persone sulla via della loro salvezza, ossia in cammino verso il loro incontro con il Dio tre volte santo. Per lui, la cooperazione salesiana aveva una finalità essenziale che l’assimilava in certo modo alla vita religiosa propriamente detta, compresa la fuga mundi. Arrivò a scrivere: «Molti fedeli cristiani per vie meglio giungere alla perfezione e assicurarsi la loro salvezza [si] allontanerebbero assai volentieri dal mondo per evitare i pericoli della perdizione, goder la pace del cuore e così passare la vita nella solitudine, nella carità di N[ostro] S[ignore] G[esù] C[risto]. Ma non tutti sono chiamati a questo stato. Molti per età, molti per condizione, molti per sanità, moltissimi per difetto di vocazione ne sono assolutamente impediti. Egli è per soddisfare a questo generale desiderio che si propone la pia associazione di S. Francesco di Sales».[7] Fedele all’idea-madre del capitolo sui membri «esterni», che aveva vanamente cercato di inserire nelle sue costituzioni, don Bosco fece dei suoi cooperatori e – sottolineiamolo – delle sue cooperatrici, dei religiosi nel mondo. La sua famiglia salesiana avrebbe avuto anch’essa, come i Frati Minori di san Francesco d’Assisi, una specie di terz’ordine.

 

 

L’Associazione dei Cooperatori Salesiani dopo il Vaticano II

 

Nonostante le reiterate rettifiche fatte dai superiori responsabili, i cooperatori furono, fino al­la seconda guerra mondiale, quasi del tutto assimilati a semplici benefattori della congregazione salesiana. Nel 1926, ad esempio, fu necessario spiegare ai direttori salesiani quanto segue: «Diconsi Cooperatori Salesiani coloro che desiderano occuparsi di opere caritatevoli non in generale, ma in ispecie, d’accordo e secondo lo spirito della Congregazione di S. Francesco di Sales. I Cooperatori perciò differiscono dai semplici benefattori; e neanche debbono considerarsi come una Confraternita o un’Associazione religiosa».[8] Un cambio di rotta cominciò a delinearsi al tempo di Pio XII, che indirizzò ai cooperatori un importante discorso programmatico (12 settembre 1952). L’unione Cooperatori venne al­lora iscritta nelle associazioni del laicato cattolico. Successivamente, il Vaticano II stimolò una revisione radicale del regolamento che non era stato toccato dopo don Bosco. Un Nuovo regolamento, diffuso nel 1974 in forma sperimentale, parve troppo stringato. Migliorato, a seguito di parecchi e minuziosi emendamenti, prese il nome di «Regolamento di vita apostolica dell’Associazione Cooperatori Salesiani». Approvato dalla Santa Sede il 9 maggio 1986, poté essere promulgato dal rettor maggiore don Egidio Viganò il successivo 24 maggio. Vi è delineata l’immagine rinnovata del cooperatore salesiano all’alba del secolo XXI, in riferimento alla sua identità, al suo spirito, alla sua missione e all’organizzazione della associazione.[9]

«Il Cooperatore è un cattolico che vive la sua fede ispirandosi, entro la propria realtà secolare, al progetto apostolico di Don Bosco: si impegna nella stessa missione giovanile e popolare, in forma fraterna e associata; sente viva la comunione con gli altri membri della Famiglia salesiana; opera per il bene della Chiesa e della società; in modo adatto alla propria condizione e alle sue concrete possibilità».[10] Gli estensori di questo articolo hanno voluto ricollegarsi alle primitive intenzioni di don Bosco, secondo cui il cooperatore è un vero salesiano nel mondo, ossia un cristiano, laico o prete, che senza legami di voti religiosi, realizza la propria vocazione alla santità al servizio della missione giovanile e popolare secondo lo spirito di don Bosco. L’identità del cooperatore così delineata, presenta tre tratti caratterizzanti: egli è un cristiano cattolico, è secolare ed è salesiano. Un protestante e un ebreo possono simpatizzare e collaborare con un gruppo di cooperatori, ma non possono essere membri di un’associazione pubblica ecclesiale.

Ci si sbaglia riservando ai soli fedeli laici la cooperazione salesiana. «Don Bosco ha concepito l’Associazione dei Cooperatori aperta sia ai laici che al clero secolare. Il Cooperatore laico attua il suo impegno e vive lo spirito salesiano nelle ordinarie situazioni di vita e di lavoro, con sensibilità e caratteristiche laicali, e ne diffonde i valori nel proprio ambiente. Il Cooperatore sacerdote o diacono secolare attua il proprio ministero ispirandosi a Don Bosco, modello eminente di vita sacerdotale. Nelle scelte pastorali privilegia i giovani e gli ambienti popolari, arricchendo in questo modo la Chiesa nella quale opera».[11]

L’impegno dei cooperatori è apostolico. La promessa che il cooperatore pronuncia all’atto di entrare a pieno titolo nell’associazione lo esprime chiaramente. La formula recita: «Prometto di impegnarmi a vivere il progetto evangelico dell’Associazione dei Cooperatori salesiani».[12] Tale impegno viene esercitato nell’ambiente proprio del cooperatore e nella sua vita quotidiana. In termini generali, il cooperatore, «salesiano nel mondo», «vuole seguire Gesù Cristo, Uomo perfetto, inviato dal Padre a servire gli uomini nel mondo. Per questo tende ad attuare, nelle ordinarie condizioni di vita, l’ideale evangelico dell’amore di Dio e del prossimo».[13] In famiglia, egli si sforza di costituire con i suoi una «Chiesa domestica», secondo la felice formula del Vaticano II.[14] Il cooperatore sposato trova nel matrimonio, sacramento dell’amore, «la forza per vivere con entusiasmo la sua missione di coniuge e di genitore».[15]

I cooperatori salesiani sono fedeli laici debitamente inseriti nel mondo.[16] Nel lavoro, nello studio, nel tempo libero, il cooperatore è continuatore dell’opera creatrice di Dio e testimone di Cristo. Lo dimostra effettivamente con l’onestà, l’operosità e la coerenza della vita; con una professionalità seria ed aggiornata; con la condivisione fraterna delle gioie, dei dolori e delle giuste aspirazioni di chi gli sta accanto; con l’apertura generosa al servizio del prossimo in ogni circostanza.[17] Essendo fedele al Vangelo e alle indicazioni della Chiesa, il cooperatore si forma una coscienza retta delle proprie responsabilità sociali negli ambiti della cultura, del­l’economia e della politica. Rifiuta ciò che alimenta l’ingiustizia e l’oppressione, l’emarginazione e la violenza, ed agisce coraggiosamente per rimuoverne le cause. Si impegna a risanare ed a rinnovare le mentalità ed i costumi, le leggi e le strutture degli ambienti in cui vive per renderle più conformi alle esigenze evangeliche di libertà, di giustizia e di fraternità. Per dare efficacia al suo intervento, si inserisce, secondo le proprie capacità e disponibilità, nelle strutture culturali, sindacali sociopolitiche.[18] Il cooperatore porta ovunque la preoccupazione di educare ed evangelizzare, che Don Bosco riassumeva così: formare «onesti cittadini, buoni cristiani, e un giorno fortunati abitatori del cielo». Condivide con i giovani il gusto dei valori autentici come la verità, la libertà, la giustizia, il senso del bene comune e del servizio. Li educa all’incontro – nella fede e nei Sacramenti – con il Cristo risorto, perché trovino in Lui il significato della loro vita e crescano come «uomini nuovi».[19] Le attività tipiche dei cooperatori sono: la catechesi e la formazione cristiana; l’animazione di gruppi e movimenti giovanili e familiari; la collaborazione in centri educativi e scolastici; il servizio sociale tra i poveri; l’impegno nella comunicazione sociale, che crea cultura e diffonde modelli di vita tra il popolo; la cooperazione nella pastorale vocazionale e la promozione della propria Associazione; il lavoro missionario e la collaborazione al dialogo ecumenico.[20]

La congregazione salesiana sostiene e unisce l’organizzazione dell’associazione dei cooperatori. Per esplicita volontà di don Bosco, il rettor maggiore dei salesiani è il suo superiore e svolge in essa le funzioni di «moderatore supremo». Ne garantisce la fedeltà al progetto del fondatore e ne promuove la crescita. Con la col­laborazione del membro del consiglio, chiamato consigliere per la famiglia salesiana, cura l’unità interna dell’Associazione e la sua comunione e collaborazione con gli altri gruppi della famiglia salesiana. Nell’esercizio del suo ministero si avvale della consulta mondiale dei cooperatori, soprattutto per animare l’intera associazione e coordinare le iniziative formative e apostoliche. Su loro territorio, gli ispettori salesiani, fanno presente il ministero del rettor maggiore. Con la collaborazione dei direttori, garantiscono soprattutto i vincoli di unità e di comunione all’interno dell’associazione e con la famiglia salesiana. Inoltre provvedono all’assistenza spirituale dei centri dei cooperatori.[21]

 

 

L’Associazione dei Cooperatori Salesiani, cammino di santità

 

Uno spirito autenticamente salesiano stimola il cooperatore. Un dépliant francese ha indicato perché diversi contemporanei optano per questo stile di vita: «Amo i giovani, le loro aspirazioni mi interpel­lano e ho scelto di essere vicino a loro. Ho bisogno di una pedagogia moderna e di una spiritualità che mi arricchisca. Trovo di frequente altri laici, dei salesiani religiosi, del­le suore salesiane, in seno al­la famiglia salesiana, luogo di scambio, di condivisione, di riflessione, di lavoro e di preghiera».[22]

Come il cooperatore del tempo di don Bosco, così il cooperatore d’og­gi guarda molto in alto. L’associazione dei cooperatori salesiani offre «una via che porta al­la santità»: è il titolo del­l’ultimo articolo con cui si chiude il Regolamento di vita apostolica del 1986. «L’Associazione dei Coo­peratori – ci dice Don Bosco – “è fatta per scuotere dal languore nel quale giacciono tanti cristiani, e diffondere l’energia del­la carità”. Scegliere questo Regolamento è trovare un modo evangelico di realizzare se stessi, incamminandosi per una via che porta al­la santità. Il Signore accompagna con l’abbondanza del­le sue grazie tutti coloro che operano nel­lo spirito del “da mihi animas”, facendo del bene al­la gioventù, preparando cioè buoni cristiani al­la Chiesa e onesti cittadini al­la società».[23]

 


 

[1] Per l’origine dell’unione dei cooperatori rimando al mio articolo «Don Bosco fondatore dei cooperatori salesiani», in M. Midali (ed.), Don Bosco fondatore del­la Famiglia salesiana. Atti del simposio Roma, Salesianum, 22-26 gennaio 1989 (Roma. ed. sdb 1989) 325-360.

[2] Cooperatori salesiani ossia un modo pratico per giovare al buon costume e alla civile società (Albenga 1976) 3.

[3] Ivi 26 27.

[4] Costituzioni salesiane, ms ACS 022 (3), c. Esterni.

[5] Unione cristiana 1874, p. 1.

[6] Cooperatori salesiani, ed. cit. § III.

[7] Associazione alla Congregazione di S. Francesco di Sales, ms, circa 1873, inizio.

[8] Resoconto dei Congressi tenuti dai Direttori Salesiani a Valsalice nell’estate del 1926, in ACS 36 (24 settembre 1926) 514-515.

[9] Cf Associazione dei Cooperatori Salesiani, Regolamento di vita apostolica (Roma, ed. sdb 1986) 146 p. Questo documento è stato più volte commentato in modo autorizzato: E. Viganò, «L’Associazione dei Cooperatori Salesiani», in ACG 318 (luglio-settembre 1986) 3-42; J. Aubry, Guida alla lettura del Regolamento di vita apostolica dell’Associazione Cooperatori Salesiani (Roma, ed. Cooperatori 1887) 152 p.; Dicastero per la Famiglia salesiana, Regolamento di vita apostolica. Commento ufficiale (Roma, ed. sdb 1990) 464p. La redazione finale del commento è stata fatta da M. Midali.

[10] RVA art. 3. Nel suo commento, don Aubry specifica che la proposizione finale «in modo adatto ... alle proprie possibilità» si applica non solo alla proposizione precedente, ma a quanto indicato dopo il verbo «si impegna», ossia all’insieme dell’impegno del cooperatore.

[11] RVA art. 4.

[12] RVA art 40.

[13] RVA art. 7.

[14] RVA art. 8; cf LG 11.

[15] RVA art. 9.

[16] Cf N. Nicastro, «I cooperatori sono salesiani laici inseriti nel mondo», in La dimensione sociale della carità, Atti del­la XIV settimana di spiritualità della Famiglia salesiana (Roma, ed. sdb 1991) 109-112.

[17] Cf RVA art. 10.

[18] Cf RVA art. 11a.

[19] RVA art. 14.

[20] Cf RVA art. 16a. Si può trovare una lista di «campi d’azione del cooperatore salesiano», almeno per l’Italia degli anni 1980, nel­l’articolo di E. Manno, «Il Cooperatore Salesiano», in Le vocazioni nel­la Famiglia salesiana, IX settimana di spiritualità del­la Famiglia salesiana (Leumann, El­le Di Ci 1982) 139-140.

[21] Cf RVA art. 23.

[22] «Qui suis-je? Je suis salésien coopérateur de don Bosco», dépliant (Paris, éd. Don Bosco) 1997.

[23] RVA art. 50.