CAPITOLO XXIX

 

I COOPERATORI DAL 1888 AL 1965

 

 

Un ultimo appello

 

In una lettera testamento, indirizzata ai cooperatori salesiani ed attribuita a Don Bosco, si legge questo appello: « Se avete aiutato me con tanta bontà e perseveranza, ora vi prego che continuiate ad aiutare il mio Successore dopo la mia morte. Le opere che col vostro appoggio io ho cominciate non hanno più bisogno di me, ma continuano ad avere bisogno di voi e di tutti quelli che come voi amano di promuovere il bene su questa terra »1.

Quest'ultima consegna ai suoi « cari » cooperatori non rimase lettera morta: Don Ceria ne era certo e lo provava semplicemente con la storia dei rettorati che da allora si sono succeduti 2.

Effettivamente, il « terz'ordine salesiano », che fin dal 1877 Don Bosco vedeva chiamato ad un grande sviluppo, non cessò di affermarsi nella sua organizzazione e nel suo influsso, anche se nei novant'anni che seguirono, conobbe periodi di minore vitalità.

 

 

1 E. CERIA, Memorie biografiche..., t. XVIII, pp. 621-622.

2 Si legga soprattutto E. CERIA, Annali.... t. II, III, IV, passim; E. CERIA, I Cooperatori salesiani. Un po' di storia, Torino 1952, pp. 66-103; G. FAVINI, Il cammino di una grande idea: I Cooperatori salesiani, Torino 1962, pp. 197-214; Pia Unione dei Cooperatori salesiani. Manuale per i dirigenti, Torino 1958 (opera di Don Favini), in particolare pp. 18-31. Ovviamente non si deve trascurare l'organo dei cooperatori, il Bollettino salesiano nelle sue varie edizioni.

 

 

L'anima del movimento

« Il superiore della congregazione salesiana è anche il supe­riore di quest'associazione », dice il regolamento elaborato da Don Bosco. Il capitolo del 1885, presieduto da Don Rua, dava di questo principio generale l'applicazione seguente, che rifletteva le preoccupazioni del fondatore: « A1 solo Rettor Maggiore appartenga di conferire e di firmare i diplomi e sia comune l'impegno di favorire la relazione dei cooperatori con esso » 3.

Il compito di « direzione », attribuito al superiore, è stato preso sul serio dai rettori maggiori successivi. Preoccupati delle loro responsabilità in questo campo, hanno vigilato - spesso in maniera molto personale - sull'orientamento e sull'organizzazione dell'Unione dei cooperatori.

Per raggiungere gli obiettivi proposti, era necessario innanzi tutto entrare in contatto con la maggior parte di essi. Sotto questo aspetto, il mezzo più semplice e certamente più efficace era il Bollettino salesiano, che non cessò mai di assolvere la sua funzione. Fin dal tempo di Don Bosco, era tradizione che il rettor maggiore vi pubblicasse ogni anno una lettera in occasione del Nuovo Anno, in cui esponeva ai cooperatori le sue preoccupazioni ed i suoi pro­getti. Alcuni superiori hanno voluto far ricorso a contatti diretti. Quante strette di mano di un Don Rua o di un Don Ziggiotti, durante i loro viaggi! Anche i congressi nazionali o internazionali, gl'incontri, le conferenze, permettevano di stringere i vincoli col successore di Don Bosco. I religiosi salesiani ebbero la loro parte di raccomandazioni attraverso le circolari e gli atti dei capitoli generali.

 

 

3 Cfr. M. RUA, Lettere circolari ai salesiani, Torino 1910, p. 147.

 

 

L'orientamento del movimento

L'Unione dei cooperatori propone ai suoi membri « la vita attiva nell'esercizio della carità verso il prossimo e specialmente verso la gioventù pericolante ». Pare che generalmente questa « carità » si sia concretizzata sotto forma di elemosina.

L'appello ai cooperatori per finanziare le molteplici iniziative dei salesiani occupa una parte importante negli interventi dei superiori, che in questo si sono limitati a seguire l'esempio del loro fondatore... A mano a mano che la congregazione allargava la sfera della sua azione - talvolta si aveva l'impressione di assi­stere ad un balzo in avanti - gli oneri diventavano sempre più pesanti e sono quindi comprensibili talune insistenze sul carattere « vitale » di questa forma di cooperazione 4.

Si deve dire grazie ai cooperatori, ricordano spesso i successori di Don Bosco, se l'opera salesiana ha potuto concretamente realizzarsi. Ed aggiungono che il loro obolo ha effetti realmente soprannaturali, poiché serve a salvare anime, e in ogni caso, è un'ottima maniera di salvare la propria...

Dinanzi alla beneficenza che i cooperatori hanno fatto piovere così generosamente sulle istituzioni salesiane, coloro che ne beneficiavano si profondevano in ringraziamenti. Con la persuasione di trovarsi di fronte ad un debito insolvibile, Don Rua scriveva queste parole in cui la retorica del tempo gareggia con la sincerità del sentimento: « Devo ringraziare e ringrazio vivamente voi, miei buoni Cooperatori e Cooperatrici, che avete corrisposto così bene alla fiducia che io metteva nella bontà e pietà del vostro cuore, voi che siete stati pei poveri salesiani gli Angeli della Divina Provvidenza ed i ministri della sua carità »5. Il medesimo, benché poco incline alle effusioni, dichiarava un giorno: « L'affetto esuberante che nutro per tutti i benefattori delle opere nostre, mi risveglia ogni giorno al pensiero l'obbligo della riconoscenza » 6.

Però, l'elemosina non esauriva tutto il campo della « coope­razione » salesiana, anche se alcuni documenti un po' affrettati sembrano collocarla al primo posto. Il richiamo alla responsabilità cristiana e apostolica non è assente dalle raccomandazioni dei superiori.

Durante il rettorato di Don Rua, e per suo suggerimento, apparve a Torino nel 1893 un Manuale teorico e pratico, più volte ristampato e migliorato, che aveva lo scopo di fornire ai responsabili locali del movimento una « guida sul modo di cooperare alle Opere Salesiane »7. Ora, la seconda parte del volumetto, totalmente consacrata alle « opere di zelo », senza trascurare l'elemosina, insisteva sulle opere che esigono un impegno più personale: insegnamento del catechismo (« ogni cooperatore dovrebbe essere un catechista »); ricerca e sostegno delle vocazioni ecclesiastiche (nella famiglia, nelle scuole); diffusione della buona stampa (« tra il popolo, nelle scuole, nei catechismi, negli oratori, nelle officine, negli ospedali... »); aiuto da prestare alla gioventù abbandonata (cooperando alle opere giovanili e affiancando l'opera dei salesiani). Don Rua ed i suoi successori si pongono come obiettivo di diffondere « lo spirito di Don Bosco », ed è a queste svariate opere che spontaneamente corre il loro pensiero.

E’ vero che la bilancia non pende spontaneamente in questo senso... Periodicamente, s'impone una reazione. Vediamo delinearsene una al tempo di Don Albera, condotta con vigore dal suo braccio destro, Don Rinaldi. A cominciare dal 1915, veniva pubblicata sul Bollettino salesiano una serie di articoli che tendevano a correggere alcuni errori concernenti il fine dell'Unione. Poiché, come diceva l'articolo introduttivo, era necessario riconoscere « francamente » che molti non ne sapevano nulla8. Erano richiamate verità antiche: I cooperatori salesiani non sono solamente il sostegno naturale delle opere salesiane. Don Rinaldi fece allora rifiorire la pratica del ritiro mensile - ammesso che in passato essa fosse stata in vigore - ed insistette sull'azione personale del cooperatore nel suo ambiente.

Diventato poi rettor maggiore, in un'epoca in cui le missioni erano all'ordine del giorno nella Chiesa, mise l'accento sulla coo­perazione missionaria, in armonia con le direttive di Pio XI. In occasione della celebrazione del cinquantenario delle missioni salesiane (1925), i cooperatori organizzarono congressi e riunioni di ogni dimensione per esaltare e sostenere l'apostolato delle missioni.

Don Ziggiotti, da parte sua, chiese ai cooperatori di prendere seriamente le loro responsabilità di laici nella Chiesa. Il tono era stato dato dallo stesso Pio XII nel settembre del 1952. Rivolgendosi ai cooperatori riuniti a Roma, in un discorso che venne considerato la magna charta dell'associazione, il papa aveva ricordato che se questa è « innestata sul prolifico ceppo della Famiglia religiosa di S. Giovanni Bosco », il suo fine immediato però era di essere a disposizione della gerarchia. A questo titolo, la Chiesa si aspettava molto da questo « nuovo provvidenziale movimento del laicato cattolico » 9.

L'orientamento apostolico ed ecclesiale insieme affiorava quindi sempre più esplicitamente. In un importante documento del 1955, Don Ziggiotti affermava che « la missione propria dei Cooperatori

è l'apostolato secondo lo spirito salesiano » e ricordava la definizione che aveva dato Pio XI del loro movimento: « notevole primo abbozzo di Azione Cattolica »10. Chiamati a « partecipare in pieno all'apostolato dei laici »11, i cooperatori erano invitati dal loro superiore, all'alba del concilio Vaticano II, a « vivere la Chiesa »12.

4 Cfr. per esempio la lettera per l'Anno Nuovo di Don Ricaldone nel Bollettino salesiano, gennaio 1938, pp. 1-5.

5 Bollettino salesiano, gennaio 1892, p. 4.

6  Bollettino salesiano, gennaio 1902, p. 3.

7 Manuale teorico pratico pei direttori e dccurioni della Pia associa­zione dei Cooperatori salesiani, Torino 1893. Riedizioni successive fino al 1941.

8 Bollettino salesiano, febbraio 1915, p. 34. Cfr. pure P. RICALDONE, Il Cooperatore salesiano, Torino 1916.

9 Testo del discorso di Pio XII in G. FAVINI, Il cammino di una grande idea..., pp. 203-207 e, dello stesso autore, Cooperatori salesiani a Roma nel 75° della Pia Unione, Torino 1953, pp. 81-84 (atti del congresso di Roma del 1952).

10 Atti del capitolo superiore, settembre-ottobre 1955, n. 188, p. 418.

11 Bollettino salesiano, gennaio 1958, p. 4.

12 Bollettino salesiano, gennaio 1963, p. 2.

 

 

L'organizzazione del movimento

Per assolvere il suo compito, l'Unione dei cooperatori ha bisogno, come ogni movimento, di organizzazione e di strutture. Necessità tanto maggiore in quanto il numero degli aderenti non ha cessato di crescere, seguendo il ritmo della stessa espansione salesiana.

Concretamente, si trattava di far giungere alla « base » gli orientamenti dei responsabili; di provocare incontri per permettere ai membri di condurre un'azione comune, come vuole il regolamento; di vigilare perché fossero creati dei responsabili locali incaricati di realizzare l'unione col centro. Anche in questo campo, i rettori maggiori hanno spesso dato l'esempio.

Fin dall'inizio del suo rettorato, Don Rua s'interessò praticamente perché fosse assicurato il buon funzionamento dell'Unione. Il suo Manuale precisava e completava su parecchi punti il regolamento primitivo sull'andamento dell'associazione. Ispirandosi ad alcune disposizioni prese mentre era ancora in vita Don Bosco, egli introduceva nuovi ingranaggi nel meccanismo, oppure perfezionava fondazioni già esistenti: il direttore diocesano, centro dell'opera salesiana nella sua diocesi; il condirettore, capo dei « decurioni » nelle città o località importanti; lo « zelatore » e 1a « zelatrice », cooperatori attivi che si sforzavano di dar vita a; movimento nella loro zona; i comitati e i sottocomitati incaricati di aiutare il direttore diocesano... Né si dimenticava di dare norme precise sul modo di tenere le conferenze.

In Italia, Don Rua riuscì ad attuare questo dispositivo. Il suo metodo era il seguente: ogni volta che in una diocesi si costi­tuiva un gruppo abbastanza importante di cooperatori, egli pregava il vescovo di voler nominare un direttore diocesano. Questo direttore, generalmente un parroco o un vicario generale, doveva proporre al superiore la nomina di decurioni.

Nel 1893, Don Rua aveva voluto riunire a Valsalice, sulla tomba di Don Bosco, la prima assemblea dei quadri del movimento 13. Inizio promettente, poiché rappresentanti di ventisei diocesi d'Italia avevano risposto al suo invito. Incontro fruttuoso, inoltre, poiché da questo « capitolo generale dei direttori diocesani della Pia Unione », come lo chiamava curiosamente il resoconto ufficiale, sarebbe scaturita l'idea del primo grande congresso inter­nazionale di Bologna. Da allora, l'organizzazione fece rapidi pro­gressi e al raduno di Torino del 1898 erano già rappresentate quaranta diocesi.

Ma forse non andiamo errati se pensiamo che una delle prime preoccupazioni di Don Rua era quella di convincere i propri sudditi delle loro responsabilità verso il «terz'ordine». Alcuni dei suoi interventi lo fanno credere. Durante il capitolo generale del 1895, per esempio, su sua richiesta, una commissione speciale si fece un dovere di studiare i rapporti dei cooperatori con le case salesiane, ed i rapporti delle singole case con Torino. Nei capitoli del 1901 e del 1904, egli stesso propose di nominare in ogni ispettoria un «corrispondente ispettoriale» che si occupasse del movimento, ed in ogni casa «un incaricato dei cooperatori». Gli undici articoli che troviamo al termine dei regolamenti della Società salesiana con il titolo significativo di Norme ai Salesiani per Pia Unione dei Cooperatori provengono nella sostanza, se non nella forma, dalle deliberazioni di quel tempo. Troviamo là un'altra innovazione di questo rettorato: la creazione di un Ufficio Centrale dei cooperatori, composto di un presidente, che è il prefetto generale della Società, di tre consiglieri (il redattore capo del Bollettino salesiano, il propagandista ed il capo della corrispondenza) e di uno o più segretari. Don Rua seppe infine trovare 1'uomo adatto per realizzare i suoi piani. Incaricando Don Stefano Trione della « propaganda » e nominandolo primo segretario generale dell'Unione, apriva un mezzo secolo di « cooperazione » attiva.

Tuttavia, le difficoltà non mancarono. Dopo Don Rua, il rettorato di Don Albera coincide con un'era di sconvolgimenti poco favorevoli a questo genere di organizzazione. I raduni previsti per il centenario della nascita di Don Bosco non poterono aver luogo, poiché l'Europa era in fiamme. Invece, importanti assise si tennero nell'America meridionale, tra cui un congresso internazionale a San Paolo nel 1915. Si noti d'altra parte che gli ex-allievi furono incoraggiati ad entrare nell'Unione. Il congresso dei cooperatori e degli ex-allievi, riunito a Torino nel 1920 per l'inaugurazione del monumento a Don Bosco, permetterà questa costatazione confortante: lo spirito salesiano aveva creato un'autentica amicizia fraterna tra gente che proveniva da paesi fino a ieri nemici. Inoltre, questo congresso era una prova di vitalità dopo parecchi anni di tormenta in Europa.

Il superiorato di Don Rinaldi, invece, è considerato l'età d'oro dei cooperatori. Avendo da molto tempo familiare il problema e conoscendo bene il pensiero di Don Bosco, il nuovo rettor maggiore manifestava grande interesse a loro riguardo. Prese perso­nalmente contatto con molti quadri del movimento. Il congresso di Torino del 1926 riunì millecinquecento partecipanti, tra cui numerose delegazioni internazionali. Un'altra statistica dell'epoca - probabilmente discutibile - c'informa che in meno di due anni, si era riusciti a riunire in incontri vari circa trecento diret­tori diocesani e più di quattromilacinquecento « decurioni »14.

Insaziabile, Don Rinaldi s'ingegnava a moltiplicare il numero degli associati. Non esitava a scrivere a un ispettore d'America: « Sono contento che lavoriate per dare vita alla Cooperazione Salesiana. Sono la terza opera di Don Bosco e dobbiamo farla prosperare dovunque. Don Bosco diceva che Cooperatore è sinonimo di buon cristiano. Dunque tutti i buoni cristiani del mondo diventino Cooperatori »15. Anche agli ex-allievi, dava come con­segna all'inizio del 1927 di « diffondere l'idea della cooperazione salesiana ». Per suo desiderio, il Bollettino salesiano svolgeva un'attiva campagna in questo senso.

Durante i primi anni di Don Ricaldone, l'associazione proseguì sullo slancio, ma ben presto il rettor maggiore non poté impedirne la decadenza provvisoria. I tempi erano torbidi ed altre preoccu­pazioni assillavano 1'intraprendente superiore. Si aggiunga a questo la morte di Don Trione avvenuta nel 1935. La «cooperazione salesiana» ne soffrì ovunque.

Dopo gli anni di sconvolgimento generale (1939-1945), il risveglio giunse nel 1947, favorito dal primo capitolo generale del dopoguerra. In questa occasione, Don Ricaldone ottenne un consigliere supplementare del capitolo superiore incaricato della direzione generale dell'Unione. Nel 1950, riprendeva un progetto di Don Rua chiedendo ad ogni ispettore di creare un ufficio di « delegato ispettoriale per i cooperatori » e dei «delegati locali» in ogni casa. Nel 1950, nominava pure un nuovo segretario generale, Don Guido Favini, a cui diede questa semplice consegna: « Tu devi fare quello che faceva una volta Don Trione »16. Ricevuto in udienza da Pio XII il 23 giugno 1951, Don Favini destò l'interesse del papa per il « terz'ordine salesiano » e si mise subito al lavoro per la preparazione di un congresso che doveva segnare la ripresa dell'associazione. Ci si preparava inoltre a festeggiare il settantacinquesimo anniversario della sua fondazione. Il congresso di Roma dall'11 al 13 settembre 1952, onorato da un discorso molto atteso del papa a Castelgandolfo, fu un successo. Ma, allora, Don Ricaldone era morto da parecchi mesi.

Il suo successore, Don Ziggiotti, prendeva lui la fiaccola con la preoccupazione di armonizzare l'ideale di Don Bosco e le direttive della Santa Sede. Una specie d'istituto secolare di cooperatrici, dette oblate, poi volontarie di Don Bosco, si stava sviluppando nella linea delle zelatrici incoraggiato un tempo, come visto, da Don Filippo Rinaldi. Esso prendeva forma in Italia, in Francia e in Spagna.

Nel 1953, Don Ziggiotti nominò alla direzione generale del movimento dei cooperatori Don Luigi Ricceri, fino a quel momento ispettore dell'ispettoria Lombarda. Faceva pubblicare negli Atti del capitolo superiore di settembre-ottobre 1955 un testo di orientamento che era nello stesso tempo un appello a tutti i sale­siani in favore dell'Unione dei cooperatori. Don Ricceri, dal canto suo, promosse incontri annuali con i dirigenti, per i quali creò un Bollettino speciale (che esce il quindici di ogni mese) e provvide un Manuale adattato, e riorganizzò l'Ufficio centrale dei cooperatori. Questi risposero numerosi e con frequenza all'appello dei responsabili, in Italia ed in altri paesi. Tra le altre manifestazioni, citiamo il pellegrinaggio a Lourdes nel 1958, la partecipazione al congresso eucaristico di Monaco nel 1960, il « pellegrinaggio » di Roma-Pompei nel 1962 per il concilio ecumenico e parecchi con­gressi internazionali, di cui parleremo tra breve.

Nel 1962, Don Favini poteva valutare a un migliaio i centri di cooperatori, che gravitavano attorno alle case dei salesiani e delle salesiane e attorno alle loro parrocchie.

 

 

13 Cfr. G. FAVINI, Il cammino di una grande idea..., p. 198.

14 Cfr. E. CERIA, I Cooperatori..., p. 91.

15 Lettera di Don Rinaldi a Don Nai, ispettore del Cile, del 12 dicembre 1922, dal Manuale per i dirigenti, p. 24.

16 Citato da Don Favini stesso in G. FAVINI, Cooperatori salesiani a Roma..., p. 3.

 

 

 

I congressi internazionali

 

Nella vita di questa vasta organizzazione, i congressi internazionali occupano un posto importante. Corrispondono a quell'esigenza di unione così spesso sottolineata da Don Bosco - ed in primo luogo nel regolamento dei cooperatori.

Trattando dei primi congressi tenuti sotto Don Rua, Don Ceria si affrettava a rispondere ad obiezioni non immaginarie: « Questi grandi convegni non si presero a fare con iscopi ~propagandistici in favore della Società salesiana, ma miravano alla diffusione dello Spirito di Don Bosco nel mondo in conformità al programma e per mezzo dei Cooperatori, che erano da moltiplicarsi quanto più fosse possibile »17. Il cardinal Gasparri esprimeva all'incirca la stessa idea quando scriveva nel 1930 in occasione del congresso di Bogotà: «Un congresso internazionale di cooperatori salesiani è sempre un avvenimento di prim'ordine, nel campo dell'attività salesiana, ma anche cattolica, specialmente in ciò che con cerne l'apostolato della gioventù, la stampa scolastica e popolare le missioni (,..) ed il filiale attaccamento alla Santa Sede »18.

Il primo di questi congressi, l'abbiamo visto, è stato tenuto a Bologna nel 1895, in un clima di entusiasmo comunicativo. Da quella data, ne furono tenuti di simili ad intervalli relativamente regolari, escluso il periodo 1930-1952. I loro paesi di elezione sono stati - è comprensibile - l'Italia (Bologna nel 1885; Torino nel 1903, nel 1920 e nel 1926; Milano nel 1906; Roma nel 1952 e nel 1959) e l'America del sud (Buenos Aires nel 1900 e nel 1924, Lima nel 1906, Santiago del Cile nel 1909, San Paolo nel 1915, Bogotà nel 1930). Congressi analoghi hanno avuto luogo anche in Belgio (a Bruxelles in occasione dell'Esposizione universale del 1958) e in Spagna (Madrid nel 1960 e Barcellona nel 1961).

Lo svolgimento di queste grandi assise avviene secondo un programma ben sperimentato. Inquadrata da solenni sedute di apertura e di chiusura, la parte « seria » del congresso è consacrata allo studio, sotto forma di esposizioni o di discussioni, di alcuni grandi temi: natura della « cooperazione », formazione personale, gioventù ed educazione, vocazioni, azione sociale stampa, missioni... Nel congresso di Roma (1952), vediamo apparire il tema: cooperazione all'apostolato universale della Chiesa, che avrà poi nuovi sviluppi. Si aggiunga che l'intervento di alte personalità religiose e civili, la presenza e le testimonianze delle delegazioni straniere, la lettura di numerose « adesioni » e soprattutto del messaggio pontificio, contribuiscono a creare nei parteci­panti un clima di fervore, che si vuol tradurre alla fine in « voti o in risoluzioni ».

 

 

17 E. CERIA, I Cooperatori..., p. 69.

18 Lettera del cardinal Gasparri al presidente del congresso di Bogotà, 4 giugno 1930, negli Actas del XI Congreso internacional de /os, cooperadores salesianos, Bogotà 1931.

 

 

La risposta dei cooperatori

 

Nel mondo, molte persone s'interessano al lavoro dei salesiani e sono quindi toccate dall'ideale della «cooperazione». Ma evidentemente è difficile determinare il valore e l'influsso del « terz'ordine » salesiano. Tuttavia possiamo avanzare qui alcune considerazioni.

Innanzi tutto, sotto un aspetto quantitativo, la diffusione del Bollettino salesiano rappresenta un criterio non trascurabile. Ora, dopo la morte di Don Bosco, le edizioni si sono moltiplicate. Alle edizioni italiana, francese e spagnola, il rettorato di Don Rua aveva aggiunto l'inglese, la tedesca, la polacca, la portoghese e l'ungherese. Altre si sono aggiunte dopo il 1910. Una statistica del 1964 enumerava trenta edizioni ufficiali 19. Tra le ultime in ordine di tempo, citiamo le edizioni indiana (Madras), tailandese, cinese (Hong-Kong), lituana, maltese, birmana, peruviana... Don Rua annunciava che trecentomila persone ricevevano il Bollettino. Nel 1964, facendo il totale delle edizioni, non si era più molto lontani dal milione. Anche se non tutti i lettori sono cooperatori - la differenza è molto grande - tuttavia il numero di questi ultimi dev'essere molto alto.

L'aspetto qualitativo, cioè la risposta « vissuta » dei coope­ratori alle direttive che sono loro comunicate, è ancor più difficile da giudicare. L'iscrizione e la semplice ricezione del Bollettino salesiano non dicono molto sull'impegno cristiano del cooperatore... Vi sono sempre dei cooperatori nominali. Ma la partecipazione alle conferenze - ed ai ritiri - implica già una coscienza più profonda delle responsabilità personali. Soprattutto, sarebbe necessario poter afferrare « l'azione salesiana » nella vita dei cooperatori e delle cooperatrici. È quasi impossibile.

La cosa migliore che possiamo fare qui è di citare a caso alcuni nomi più conosciuti tra tanti altri. Dorotea Chopitea è già stata menzionata. Il papa Pio X fu cooperatore. I1 dottor d'Espiney (morto nel 1891), autore di una vita di Don Bosco molto diffusa, meritò di essere considerato uno dei cooperatori più efficaci dell'opera salesiana. Felice Reviglio, direttore diocesano e parroco di S. Agostino a Torino, conservò per tutta la vita una straordinaria riconoscenza al santo che l'aveva accolto fanciullo. Léon Rolland (morto a Tolone nel 1900) scriveva a un salesiano che « se gli fosse stato possibile scegliere il genere di morte, egli avrebbe voluto morire di dispiacere per non essere vissuto salesiano ». Fernando Bauer, un ebreo convertito, fu uno dei pionieri dell'opera salesiana a Madrid. La vita di una cooperatrice portoghese, Alexandrina Maria da Costa (morta nel 1955) è straordinaria per il suo apostolato di preghiera e di sofferenza: almeno due volumi ne hanno già parlato. Tra quelli che hanno contribuito alla costru­zione delle grandi opere italiane, argentine o brasiliane, si anno­verano molti autentici cooperatori.

Insomma, soprattutto a cominciare dalla seconda metà del secolo ventesimo, e grazie al movimento che si è affermato nella Chiesa, pare che i cooperatori salesiani abbiano approfondito le esigenze apostoliche della loro associazione. Essi hanno inviato una delegazione ai congressi mondiali dell'apostolato dei laici (1951, 1957, 1967). Il grande impulso, però, è venuto dal concilio Vaticano II. A questo riguardo, è stato possibile un felice paragone tra una frase di Don Bosco ed un testo conciliare. Don Bosco aveva detto nel 1886: «Verrà un tempo in cui il nome di Cooperatore vorrà dire vero cristiano»20. Ed il concilio, da parte sua, nel decreto sull'apostolato dei laici, chiedeva a tutti i cristiani di « rispondere volentieri con generosità e con slancio di cuore, alla voce di Cristo ( ... ) affinché gli si offrano come cooperatori nelle varie forme e modi dell'unico apostolato della Chiesa »21. Queste due citazioni, poste una accanto all'altra, racchiudono tutto un programma.

 

19  Cfr. Don Bosco nel mondo, ed., Torino 1964, p. 180.

20 E. CERIA, Memorie biografiche..., t. XVIII, p. 161.

21 Concilio Vaticano II, Decreto Apostolicam actuositatem, sull'apostolato dei laici, esortazione finale.