CAPITOLO XVI

I COOPERATORI SALESIANI

 

Smacco di Don Bosco

 

Si aspettava il « salesiano nel mondo », giunse invece il « cooperatore salesiano »... Si potrebbe definire così lo smacco subito da Don Bosco in un progetto che gli era caro. Effettivamente, nel tentativo di creare dei salesiani che appartenessero di pieno diritto alla congregazione, ma che non fossero legati da voti né tenuti alla vita comune, Don Bosco ha subito, diciamo, un mezzo insuccesso. L'abilità di manovratore dell'Italiano e la tenacia del Piemontese dovettero inchinarsi alla fermezza manifestata da coloro che pensavano inaccettabile il suo piano. Forse il suo piano era veramente irrealizzabile, almeno in quel tempo.

L'Unione dei cooperatori salesiani nacque ufficialmente nel 1876, poco dopo l'approvazione definitiva della Società salesiana e quando l'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice era già sulla buona strada. Ma era il punto d'arrivo di una lunga storia incominciata agl'inizi dell'Oratorio 1.

 

I primi aiutanti non religiosi

 

Prima che la congregazione prendesse forma, tra il 1841 ed il 1859, Don Bosco non era solo a vegliare sulle sue centinaia di ragazzi. Come avrebbe potuto? Ad assecondarlo, trovò aiutanti benevoli, desiderosi di consacrare una parte del loro tempo al servizio della gioventù povera.

I primi furono naturalmente sacerdoti. Il loro compito consisteva soprattutto nel predicare, confessare, fare il catechismo. Alcuni si appassionarono a questo apostolato, come Giuseppe Cafasso, Pietro Merla, Francesco Marengo, Luigi Nasi, Lorenzo Gastaldi (futuro arcivescovo di Torino), Ignazio e Giuseppe Vola, Giacinto Carpano, Michelangelo Chiatellino, Giovanni Battista Borel... Quest'ultimo ha diritto ad una menzione particolare. Consigliere ed amico della prima ora, il teologo Borel fu per molto tempo uno dei collaboratori più fedeli di Don Bosco. In occasione della malattia che pose a grave rischio la sua vita nel 1846, Don Bosco affidò a lui la cura del suo Oratorio. Molto stimato dal santo, il quale affermava di trarre dalle sue conversazioni « lezioni di zelo sacerdotale, sempre buoni consigli, eccitamenti al bene »2, Borel aveva inoltre il dono d'incantare i giovani uditori con un brio tipicamente piemontese.

Accanto ai sacerdoti, vi furono ben presto dei laici. Essi pro­venivano dagli ambienti sociali più diversi. Molti appartenevano a famiglie agiate, anzi aristocratiche, come il conte Cays di Giletta (che diventerà salesiano e sacerdote ad un'età già avanzata), il marchese Fassati, i1 conte Callori di Vignale, il conte Scarampi di Pruney... Tra gli aiutanti di più umile condizione, Don Bosco amava ricordare la figura di un chincagliere, Giuseppe Gagliardi, che consacrava ai giovani dell'Oratorio il suo tempo libero ed i suoi risparmi. Don Bosco poteva citare liste intere di nomi celebri ed oscuri 3. Ne conservava fedelmente il ricordo.

Le occupazioni di questi laici erano varie e conformi alle capacità di ciascuno. Mettiamo però bene in risalto che Don Bosco ricorreva volentieri ai loro servigi per « fare il catechismo », la domenica ed anche nei giorni feriali durante la quaresima. Alcuni lo coadiuvavano nella scuola serale. Aiutavano inoltre il direttore ad « assistere » i ragazzi durante le funzioni ed in ricreazione, organizzavano per essi giuochi o passeggiate, erano attenti alle loro necessità materiali, qualche volta pagavano loro una buona merenda... Alcuni si preoccupavano soprattutto di trovar loro del lavoro, e, quando erano sistemati, di visitarli perché si mantenessero in contatto con l'Oratorio.

Ma non vi erano solo uomini. Con mamma Margherita, madre di Don Bosco, si affaccendavano altre donne, spesso della più alta società, che si occupavano della biancheria e dei vestiti della casa. Ce n'era bisogno, diceva Don Bosco, poiché tra quei « poveri ragazzi », « ve ne erano di quelli che non potevano mai cambiarsi quello straccio di camicia che avevano indosso o erano così sporchi che nessun padrone consentiva ad accoglierli nel suo laboratorio»4. Tra le « cooperatrici » che si distinsero in questa mansione modesta e spesso ripugnante, si citava in prima fila, con la marchesa Fassati, la madre del futuro arcivescovo Gastaldi. Aveva assunto lei l'incarico di far lavare la biancheria e di distribuirla ogni sabato. La domenica, ella stessa passava in rivista i letti dei convittori, poi, « come un generale d'armata », riuniva le sue truppe e ispezionava minuziosamente gli abiti e la pulizia di ognuno.

Molti di questi benevoli aiutanti, sia ecclesiastici che laici, ci rimettevano di tasca loro. Un sacerdote dava per i ragazzi di Don Bosco tutto il denaro che riceveva dai genitori benestanti. Un banchiere versava una pensione regolare. I risparmi di un artigiano erano messi al servizio di quelli più poveri di lui. Il teologo Borel, che era cassiere dell'Oratorio ai suoi inizi, era in grado di apprezzare tutte queste generosità.

L'esperienza quotidiana della dedizione di questi uomini e di queste donne farà scaturire nella mente di Don Bosco nuove idee.

1 Sui cooperatori, cfr. soprattutto: E. CERIA, I Cooperatori Salesiani, un po' di storia, Torino 1952; G. FAVINI, Don Bosco e l'apostolato dei laici, Torino 1952; P. RICALDONE, Il Cooperatore Salesiano, Torino 1916; A. AUFFRAY, Con Don Bosco e coi tempi. I Cooperatori Salesiani, Torino 1955; J. HALNA, Un Salésien dans le monde: le Coopérateur, Marsiglia 1957; G. FAVINI, Il cammino di una grande idea. I cooperatori salesiani, Torino 1962.

2 Memorie dell'Oratorio..., p. 133.

3 Elenco dei collaboratori in E. CERIA, I Cooperatori..., p. 7.

4 Estratto della conferenza di Don Bosco ai cooperatori di Torino (16 maggio 1878) in E. CERIA, Memorie biografiche..., t. XIII, p. 625 (manca la seconda parte della citazione).

 

Progetti di associazione

 

Ben presto, Don Bosco si persuase che se fosse stato possibile riunire quei collaboratori in un'associazione strutturata, il loro influsso e la loro efficacia sarebbero stati notevolmente maggiori. Non sarà stato questo il germe di quella « congregazione » che aveva in animo di creare per l'educazione e la difesa della fede nel popolo?

Egli ci pensava proprio, ma in pratica molti di quei collabora­tori delusero le sue speranze. Lo spirito d'indipendenza, le rivalità di persone o le questioni politiche furono causa di molte defezioni ed è noto che l'agitazione del 1848 ebbe conseguenze drammatiche per il direttore dell'Oratorio, almeno temporaneamente. Per assicurare la sopravvivenza della sua opera, si rivolse quindi sempre più verso i giovani, naturalmente più malleabili. I sogni gli avevano precisamente indicato che i pastori dovevano uscire dal gregge! Per questo, nell'estate del 1849, proponeva a quattro giovani di diventare suoi «aiutanti nelle imprese dell'Oratorio», nell'attesa di poter disporre dei Rua, dei Cagliero, dei Francesia...

Ciò non gl'impediva assolutamente di rimanere fedele all'idea di accettare tutte le buone volontà, come si presentavano. Infatti, nonostante le difficoltà, trovava sempre qualcuno che chiedeva soltanto di potersi dedicare al. servizio dei giovani in uno dei tre oratori di Torino. È curioso costatare che, verso il 1850, egli si serviva dell'espressione « congregazione di S. Francesco di Sales » per designare coloro che lavoravano al suo fianco. Lo prova una supplica indirizzata a Pio IX in questo periodo; diceva: « Il sacerdote torinese Giovanni Bosco ossequiosamente espone a Vostra Santità essere stata legittimamente eretta in quella città una Congregazione (...) della quale egli è direttore, e che non ha altro scopo di quello d'istruire nella Religione e nella pietà la gioventù abbandonata » 5. Don Lemoyne spiegava che questa « congregazione » si componeva di sacerdoti e di laici.

Sempre nel 1850, un'esperienza - generalmente poco nota - era tentata da Don Bosco, a quanto riferisce l'autore delle Memorie biografiche. La sera del 17 novembre, radunò sette uomini di fiducia « tutti cattolici e laici », e, dopo aver loro descritto « gli abusi della libera stampa in materie religiose », la « sacrilega guerra dichiarata da molti cattivi cristiani contro la Chiesa ed i suoi ministri », e il « pericolo di vedere in Piemonte la religione vera soppiantata dal Protestantesimo », propose di costituirsi in Pia unione provvisoria sotto la protezione di S. Francesco di Sales 6. Questa unione provvisoria sarebbe stata «il principio di un consorzio in grande». Sarebbe formata di laici, senza escludere eventualmente gli ecclesiastici. Suo scopo era di promuovere « tutte quelle opere di beneficienza » destinate a « impedire all'empietà di fare ulteriori progressi, e se è possibile, sradicarla dove già fosse radicata ».

Questo progetto di associazione non ebbe successo perché, secondo don Ceria, « laici ordinati così in falangi a fiancheggiare la gerarchia ispiravano allora diffidenze e timori »7. È però una prova che, fin da quel tempo, Don Bosco cercava di organizzare a modo suo ciò che potremmo chiamare l'apostolato dei laici e che l'azione prevista per loro superava il quadro abituale dell'aiuto alla gioventù. Non dobbiamo meravigliarci che in questo tentativo effimero si sia visto un lontano abbozzo di ciò che sarà l'Unione dei cooperatori.

 

 

5 Supplica di Don Bosco a Pio IX in G. B. LEMOYNE, Memorie biograficbe..., t. IV, pp. 93-94. La risposta pontificia è del 28 settembre 1850.

6 Storia e statuti di questa Pia unione provvisoria in G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche..., t. IV, pp. 171-175.

7 E. CERIA, I Cooperatori..., p. 11.

 

 

L'integrazione prevista e respinta

 

Gli anni passavano. Don Bosco attuava il suo apostolato, aiutato da collaboratori devoti, ecclesiastici e laici. L'idea di una associazione si faceva strada nella sua mente.

A partire dal 1859, era riuscito a gettare le basi di una congregazione religiosa i cui membri, ecclesiastici o laici, conducevano vita comune e si legavano con voto. Ma che cosa sarebbero diventati i collaboratori di sempre, quelli che gli avevano consentito di fare ciò che aveva fatto? Per ricompensarli in qualche modo delle loro fatiche, progettò, nonostante la loro particolare situazione, di farli entrare nella sua congregazione religiosa. Effettivamente, le costituzioni presentate a Roma nel 1864 contenevano un capitolo, il sedicesimo, consacrato ai « membri esterni »8. I primi due articoli dicevano:«1° Qualunque persona anche vivendo nel secolo, nella propria casa, in seno alla propria famiglia può appartenere alla nostra Società».

2° Egli non fa alcun voto; ma procurerà di mettere in pratica quella parte del regolamento, che è compatibile colla sua età, stato e condizione, come sarebbe fare o promuovere catechismi a favore de' poveri fanciulli, promuovere la diffusione di buoni libri; dare opera perché abbiano luogo tridui, novene, esercizi spirituali od altre opere di carità, che siano specialmente dirette al bene spirituale della gioventù o del basso popolo ».

L'articolo 5 è singolare. Prevede che « ogni membro della Società che per qualche ragionevole motivo uscisse dalla medesima è considerato come membro esterno ».

Che cosa penserà Roma di tutto questo? Nella sua relazione dei 6 aprile 1864, il consultore della Congregazione dei Vescovi e Regolari scriveva a questo proposito. « Crederei ben fatto cancellare tutti gli articoli di questo Numero 16, come quelli che presentano una novità nelle affigliazioni all'Istituto di persone estranee, ed un vero pericolo, fatta ragione dei tempi che corrono e dei luoghi poco sicuri » 9. Le osservazioni del prosegretario Svegliati rincaravano la dose: « Non si può ammettere che persone estranee al pio Istituto vi siano iscritte per affigliazione » (Approbandum non est, ut personae extraneae pio Instituto adscribantur per ita dictam affiliationem)10.

Don Bosco si difese. Ci teneva a salvare il « suo » capitolo, ma accondiscese a metterlo in appendice. Fece alcuni cambiamenti (tra cui l'abolizione dell'articolo 5) e sottopose ancora una volta

il tutto alle autorità romane. Infine, per ottenere l'approvazione definitiva delle costituzioni nel 1874, dovette rassegnarsi a sopprimere gli articoli contestati.

Fallì quindi il progetto iniziale di Don Bosco. Cento anni fa, gli spiriti non erano molto disposti ad accettare ciò che poteva sembrare un'indebita mescolanza di religioso e di secolare; oggi invece la Chiesa incoraggia gli « Istituti secolari », nella linea voluta da Don Bosco in quel tempo 11.

 

 

8 Regole della Pia Società salesiana, c. 16, in G. B. LEMOYNE, Memorie biograficbe..., t. VIII, p. 885. Cfr. le riflessioni di Don Auffray sullo « sfortunato capitolo XVI » in A. Auffray, Con Don Bosco e coi tempi..., pp. 36-38.

9 G. B. LEMOYNE, Memorie biografiche ..., t. VII, p. 626. Come si vede, Don Savini giustificava ufficialmente il suo parere sfavorevole invocando i pericoli che ne deriverebbero ai membri interni.

10 Animadversiones in Constitutiones..., n. 9, in G. B. LEMOYNE, Memorie biograficbe..., t. VII, p. 708.

11 Cfr. a questo proposito J. HALNA, Un Salésien dans le monde..., p. 10.

 

 

 

Una specie di terz'ordine

 

Un uomo come Don Bosco non si scoraggia. Benché il suo piano fosse stato radiato dalle costituzioni, egli era deciso a realizzarlo, a costo di fargli subire una metamorfosi. Pensò quindi di creare un'associazione separata, ma non senza vincoli con i salesiani, cioè una specie di terz'ordine salesiano.

Prima di trovare, nel 1876, la formula definitiva, egli tentò parecchi abbozzi successivi 12.

Appena ritornato da Roma dopo l'approvazione delle costituzioni religiose (1874), tracciava le grandi linee di una Unione di S. Francesco di Sales. Si dice che i membri del capitolo superiore

e i direttori interrogati a questo proposito si dimostrassero poco entusiasti. Essi temevano di avere a che fare con una delle tante confraternite o associazioni di devoti... Per disingannarli, Don Bosco fece loro vedere il programma che aveva elaborato sotto il titolo: Associati alla congregazione di S. Francesco di Sales. Lo scopo di questa « associazione salesiana » poteva rassicurarli »: « unire i buoni cattolici in un sol pensiero e un solo lavoro per promuovere la propria e l'altrui salvezza secondo le Regole della Società di S. Francesco di Sales ».

Su consiglio di qualche salesiano, che trovava il progetto troppo complicato, Don Bosco lo riprendeva, lo semplificava dandogli il titolo più generale di Unione cristiana. Si proponeva « alle persone che vivono nel secolo un tenore di vita, il quale in certo modo si avvicini a quello di chi vive di fatto in congregazione religiosa », ed era precisato che si trattava di una specie di « Terz'ordine degli antichi, con questa diversità, che in quelli si proponeva la perfezione cristiana nell'esercizio della pietà; qui si ha per fine principale la vita attiva specialmente in favore della gioventù pericolante ».

Questo regolamento fu ritoccato ancora una volta ed intitolato Associazione di opere buone.

Solo nel 1876 Don Bosco trovò la formulazione definitiva: Cooperatori salesiani ossia modo pratico per giovare al buon costume ed alla civile società. Senza indugio, fece stampare il nuovo regolamento e ne sollecitò i riconoscimenti ufficiali. Il 9 maggio 1876, otteneva un breve di Pio IX che equivaleva ad un'approvazione della Chiesa dell'« Unione dei cooperatori salesiani ». Si noti che durante un'udienza, i1 papa gli aveva suggerito di includervi le donne, senza creare un terz'ordine a parte, legato alle Figlie di Maria Ausiliatrice, come in un primo momento egli aveva avuto intenzione di fare.

Con la sanzione pontificia del 1876, si realizzava un vecchio progetto di Don Bosco, ma sotto una forma che egli avrebbe voluta diversa.

 

 

12 Storia e testi dei vari abbozzi di associazioni in A. AMADEI, Memorie biografiche.,., t. X, pp. 1307-1318 e E. CERIA, Memorie biografiche…, t. XI, pp. 71-88. Si noti che le iniziative di D. Bosco suscitarono nuove difficoltà con l'arcivescovo Gastaldi.

 

 

Il regolamento del 1876

 

Prima di considerare lo sviluppo che Don Bosco seppe subito dare alla nuova associazione, è utile che ci fermiamo su uno strumento di questo successo: il regolamento del 1876 13.

Si divide in otto brevi capitoli che hanno come titolo: Unione cristiana nel bene operare; La congregazione salesiana vincolo di unione; 3° Scopo dei cooperatori salesiani; 4° Maniera di cooperazione; 5° Costituzione e governo dell'associazione; Obblighi particolari; Vantaggi; 8° Pratiche religiose.

Il gruppo dei cooperatori si fonda sulla società salesiana che gli conferisce l'unità indispensabile. Suo scopo è di lottare contro il male, soprattutto aiutando i salesiani nelle loro imprese. Don Bosco si esprime in termini di combattimento. Cita l'esempio dei primi cristiani i quali, grazie alla loro unione fraterna, riuscivano a vincere « gl'incessanti assalti da cui erano minacciati ». Bisogna « rimuovere » i mali che minacciano la gioventù e compromettono per ciò stesso l'avvenire della società. Un particolare accenno è riservato alle missioni, dove le necessità di ogni genere sono così urgenti. Quest'orientamento apostolico e sociale non toglie che lo scopo più fondamentale dei cooperatori sia « di fare del bene a se stessi mercé un tenore di vita, per quanto si può, simile a quello che si tiene nella vita comune ». A1 termine del terzo capitolo, si sente l'eco del primo articolo delle costituzioni salesiane: « perfezione cristiana » e « esercizio della carità verso il prossimo e specialmente verso la gioventù pericolante ».

I cooperatori chiedono dunque ai salesiani una spiritualità. Ne vivono nell'ambiente a cui la Provvidenza li ha destinati. Pur dedicandosi « alle loro ordinarie occupazioni, in seno alle proprie famiglie », possono vivere « come se di fatto fossero in congregazione ». Il capitolo generale del 1877 dirà che i cooperatori « conservano nel mondo lo spirito della congregazione di S. Francesco di Sales ». Per guidare e nutrire la loro vita spirituale, Don Bosco dà loro alcune direttive sulla semplicità di vita, l'onestà delle conversazioni, il dovere di stato, e raccomanda gli esercizi spirituali annuali, 1'« esercizio della buona morte » ogni mese, e la frequenza dei sacramenti.

Le attività del cooperatore sono analoghe a quelle del religioso salesiano: catechismi, esercizi spirituali, ricerca e sostegno delle vocazioni sacerdotali, diffusione della « buona stampa », attività a favore dei giovani, poi preghiera ed elemosina, termine che Don Bosco usava in senso largo. La sua attività è quindi salesiana. Essa è giustamente chiamata cooperazione, perché religiosi e non religiosi lavorano per la « stessa messe », con gli stessi metodi e alle dipendenze dello stesso superiore. Immediatamente, alcuni ridurranno la cooperazione all'aiuto pecuniario ai salesiani. Pur non disprezzando questo genere di aiuto, Don Bosco condannò una simile interpretazione. « Bisogna comprendere bene lo scopo della pia Unione, affermava a Tolone nel 1882. 1 Cooperatori salesiani non debbono solamente raccogliere limosine per i nostri ospizi, ma anche adoprarsi con ogni mezzo possibile per cooperare alla salvezza dei loro fratelli e in particolare modo della gioventù » 14.

Infine, questa unione è organizzata. Il suo Superiore è il Superiore dei salesiani, ma, « in tutte le cose che si riferiscono alla religione », avrà una «assoluta» dipendenza dalla gerarchia. È bene che si metta in risalto quest'ultimo punto, poiché non appariva nei primi progetti dell'associazione15. Sul piano locale, il responsabile dei cooperatori è il direttore salesiano e, se non vi sono case salesiane, un cooperatore chiamato «decurione». Nel loro programma sono previste due riunioni annuali.

Del primitivo progetto di una congregazione comprendente membri interni ed esterni, pare che si possa afferrare un'eco in un bel passo del capitolo sesto: « I membri della congregazione salesiana considerano tutti i cooperatori come altrettanti fratelli in G.C. e a loro si indirizzano ogni volta che l'opera di essi può giovare in cose che siano della maggior gloria di Dio e vantaggio delle anime. Colla medesima libertà, essendone il caso, i coopera­tori si rivolgeranno ai membri della congregazione salesiana ». Non potendosi chiamare confratelli, i religiosi di professione e i cooperatori fuori delle comunità, saranno dei fratelli gli uni per gli altri.

 

 

13 Cfr. Cooperatori Salesiani ossia un modo pratico per giovare al buon costume ed alla civile società in E. CERIA, Memorie biografiche..., t. XI, pp. 540-545. Un'edizione francese è stata pubblicata fin dal 1876 col titolo più sopra indicato.

14 Conferenza del 23 febbraio 1882 nella cattedrale di Tolone, in E. CE RIA, Memorie biografcbe..., t. XV, p. 500.

15 L'inserimento dei cooperatori nell'organismo ecclesiale ha posto a Don Bosco alcuni problemi, mentre le sue idee evolvevano verso una maggiore apertura. Più pratico che speculativo, ebbe qualche difficoltà, pare, a formulare in termini giuridici la sua idea di un cooperatore che fosse nello stesso tempo collaboratore dei salesiani e collaboratore dei vescovi e dei parroci. Su questo argomento, cfr. P. STELLA, Don Bosco nella storia..., t. I, pp. 216-217.

 

 

 

 

Successo dell'impresa

 

Immediatamente dopo l'approvazione, Don Bosco si mette al lavoro. Parla, viaggia, recluta... Ha previsto che saranno necessari due anni per lanciare la sua associazione. I termini saranno rispettati 16.

Il metodo varia, ma i risultati sono eloquenti. Spesso, quando è certo che non vi sarà alcuna resistenza, si limita ad inviare al futuro cooperatore il regolamento come pure il diploma d'iscri­zione. Per le alte personalità aggiunge una lettera personale. Ci tiene ad avere dei grandi e bei nomi che diano lustro ai suoi elenchi. A cominciare dal papa Pio IX, interamente conquistato alle sue idee, gli diceva che voleva essere non soltanto cooperatore, ma il primo dei cooperatori. Con semplicità, fece la medesima pro­posta all'austero Leone XIII, che gli disse di volere essere non solo cooperatore, ma « operatore ».

In occasione di viaggi e di spostamenti in Italia, in Francia, in Spagna, egli accresce notevolmente il numero degli associati. A Roma, conquista alla sua causa molte grandi famiglie e nume­rosi prelati. Genova e la Liguria gli forniscono grossi contingenti. In Francia, Nizza diventa un centro importante, soprattutto a causa del carattere cosmopolita della città. A Marsiglia, i cooperatori sono così ferventi che con loro Don Bosco ha l'impressione di trovarsi in famiglia.

Dalla massa dei cooperatori, alcune figure si staccano prendendo un rilievo particolare. È doveroso citare il nome della grande dama di Barcellona, che forse un giorno sarà canonizzata: Dorotea de Chopitea, vera « madre delle opere salesiane in Spagna ». In Francia, si distinguevano soprattutto Clara Louvet d'Airesurla-Lys e il conte Louis-Fleury Colle di Tolone. Della prima ci rimane un'intensa corrispondenza con il santo, dove affiora la spontaneità della figlia spirituale e la generosità della benefattrice. Il secondo è un personaggio che s'incontra spesso nella vita di Don Bosco. Il conte e la contessa Colle furono estremamente generosi con lui, soprattutto dopo la morte del figlio Luigi. Potremmo ancora citare a caso lo storico italiano Cesare Cantù, il tedesco Mehler, l'ungherese Lonkay, l'ebreo nizzardo Lattes (uno dei cooperatori più ferventi, secondo Don Bosco)17, il conte di Chambord...

A questi cooperatori di tutti i ceti, Don Bosco vuol dare uno strumento che serva a tenerli uniti tra loro, e sia insieme un vincolo tra il centro della congregazione e la periferia (senza dimenticare lo scopo propagandistico e di ricerca di fondi...). Nell'agosto 1877 esce il primo numero del Bibliofilo salesiano (diventato Bollettino l'anno seguente), periodico mensile che egli manda gratuitamente a tutti quelli che s'interessano da vicino o da lontano della sua opera '8. La diffusione di questo periodico aumenta di anno in anno, fino a raggiungere nel 1887 una tiratura di quarantamila copie. Un'edizione francese appare fin dal 1879, e una spagnola nel 1886.

Un altro mezzo per conservare l'unita di spirito ed accrescere il numero dei cooperatori sono le conferenze. Don Bosco ne tiene personalmente un'ottantina, di cui ventotto in Francia. Approfitta di queste « riunioni di famiglia » per dare notizie dell'attività salesiana e per esortare gli ascoltatori a « cooperare » in tutti i modi all'opera immensa di carità e di evangelizzazione a cui egli ha consacrato la sua vita.

Aumentando il successo, si ha l'impressione che le vedute di Don Bosco sui cooperatori si allarghino. Concepita in un primo tempo essenzialmente come « sostegno della congregazione », l'associazione diventa sempre più ai suoi occhi un organismo ecclesiale che esige dai membri un impegno personale. « I cooperatori, dichiarava nel capitolo generale del 1883, se conoscono bene il loro scopo, non solo ci aiutano, ma compiono largamente le opere che sono proprie dei salesiani »19. E l'anno seguente, durante una conversazione con Don Lemoyne, manifesta il suo pensiero profondo e spiega che « il loro vero scopo diretto non è quello di coadiuvare i salesiani, ma di prestare aiuto alla Chiesa, ai vescovi, ai parroci, sotto l'alta direzione dei salesiani » 20.

Alla morte di Don Bosco nel 1888, una cosa è evidente: la forza apostolica della modesta congregazione salesiana è stata decuplicata grazie all'aiuto « fraterno » dei suoi cooperatori. Molti di essi meritano di essere considerati di fatto, se non canonicamente, veri salesiani nel mondo.

 

 

16 Sull'espansione (e l'organizzazione) dell'Unione, cfr. E. CERIA, I Cooperatori..., pp. 52-66 e Memorie biografiche..., t. XIII, pp. 602-630.

17 Cfr. P. STELLA, Don Bosco nella storia...,            t. I, p. 222. L'autore fa notare in Don Bosco alcune tracce interessanti di spirito « ecumenico ».

18 I numeri del 1877 avevano il duplice titolo Bibliofilo cattolico o Bol­lettino Salesiano, come se fosse la continuazione di un periodico apparso nel 1875 e destinato a far conoscere 1e edizioni salesiane e altre utili pubblicazioni.

19 E.CERIA,Memorie biografiche..., t. XVI, p. 413.

20 E.CERIA,Memorie biografiche..., t. XVII, p. 25.