Da Associati alla Congregazione salesiana del 1813 a Cooperatori salesiani del 1816

 

Relazione

FRANCIS DESRAMAUT, SDB

 

Un secolo fa, i membri esterni della Congregazione salesiana erano alla ricerca di un nome e di una organizzazione. Don Bosco se ne occupò molta attivamente. Ne possediamo delle prove in una serie di testi conservati negli archivi salesiani di Roma. Ci consentono di seguire l'evoluzione omogenea e istruttiva seguita da Don Bosco tra il 1873, data assai probabile dello scritto intitolato: Associati alla congregazione di S. Francesco di Sales e il 1876, anno in cui apparve per la prima volta un fascicoletto stampato dal titolo: Cooperatori Salesiani, ossia un modo pratico per giovare al buon costume e alla civile società.

 

I testi successivi

 

Il susseguirsi di questi testi merita di essere messo in chiaro, tanto più che è oggi possibile fissarne le date con maggior precisione di quanto si credette di poter fare nelle edizioni di questo ventesimo secolo 1.

Nonostante il suo evidente interesse, escluderemo dalla serie un testo autografo e molto schematico di Don Bosco intitolato: Unione di S. Francesco di Sales 2 che ci si era abituati ad includere. La sua brevità ci permette di ricopiarlo integralmente:

« Lo scopo di questa unione si è di riunire alcuni individui laici od ecclesiastici per occuparsi in queste cose che saranno reputate di maggior gloria di Dio e vantaggio delle anime. I mezzi saranno lo zelo per la gloria di Dio e la carità operosa nell'usare tutti gli amminicoli spirituali e temporali che possono contribuire a tale scopo, senza mai aver di mira l'interesse temporale e la gloria del mondo. Niun ramo di scienza sarà trascurato, purché possa contribuire allo scopo dell'unione. Ogni fedel cristiano può esser membro di questa unione purché sia deciso di occuparsi secondo lo scopo e i mezzi sommentovati ».

Non è possibile datare con precisione questo pezzo. Non pare che sia stato composto nel 1873-1874, data in cui Don Bosco ideò il titolo vicino: Unione Cristiana. Probabilmente è più antico e poté essere composto prima del 1859, anno accertato della fondazione della Congregazione salesiana. Si noterà come nelle poche righe del testo riportato non comparivano né questa stessa espressione, né alcuno dei suoi sinonimi, Probabilmente si trattò di una prima riflessione di Don Bosco, che doveva precisarsi a partire dal 1860, quando scrisse il capitolo sugli Esterni nel manoscritto delle costituzioni salesiane dell'epoca 3. Ci asterremo, quindi, dal pensare che verso il 1873 il fondatore dei Salesiani abbia ideato di costituire un'associazione cattolica con un orientamento così ampio come quello prospettato in detto documento, del resto non trascurabile per la conoscenza delle iniziative apostoliche di Don Bosco.

Il primo documento della serie propriamente detta sulla cooperazione salesiana fu intitolato dal suo autore: Associati alla congregazione di S. Francesco di Sales, ed è l'unico rimasto inedito dei quattro da noi accertati. Non lo considereremo come un semplice stadio anteriore dei successivo testo Unione Cristiana, anche se lo si potrebbe fare. Non lo conosciamo che sotto forma di brutta copia scritta per intero dalla mano di Don Bosco 4. Con ogni probabilità, don Angelo Amadei conobbe sia il testo com­pleto di questa brutta copia, ivi comprese le pagine 1-2 successivamente scomparse, sia una copia del medesimo, che gli consentì di pubblicare il paragrafo iniziale intitolato Al cattolico lettore. Si noterà poi che l'attuale titolo generale Associati... era un titolo d'insieme il cui posto era all'inizio del documento e non nel mezzo, e che l'aggiunta di un paragrafo supplementare introdusse nel testo edito delle ripetizioni sulla necessità dell'unione tra cattolici, argomento questo che figura una volta nel pezzo aggiunto e una volta nel paragrafo Associazione salesiana 5. Questo paragrafo ci lascia quindi dei dubbi, che non staremo qui a dissipare. Lo seguivano i titoli: Associazione salesiana (non numerata); Scopo di questa associazione (con un'introduzione e cinque articoli); e Regole per gli associati salesiani (quindici articoli). È facile rilevare che il documento comportava essenzialmente due parti: la prima, teorica, tentava di giustificare la natura dell'associazione salesiana prospettata; la seconda, più giuridica, ne indicava le « regole ». Alcuni elementi consentono di fissarne la data con un massimo di probabilità: l'anno 1873 6. Una nota chiaramente integrata nella redazione globale elenca un certo numero di case salesiane allora in funzione. Tra esse, Sampierdarena e Valsalice, che non furono affidate ai Salesiani prima dell'estate del 1872 7. Il documento, quindi, è posteriore a tale stagione. Un'altra nota accenna all'approvazione della congregazione avvenuta il 1° marzo 1869. Ne de­duciamo allora che è anteriore al mese d'aprile del 1874, perché dopo l'approvazione romana all'inizio di detto mese, Don Bosco non segnalò più la data del 1869 in testi come il nostro. Questa ipotesi è verificata e rinforzata dal confronto tra questo documento e quello, sicuramente posteriore, che porta la data del 1874 e che viene scritto molto probabilmente nei primi mesi di quell'anno. Per essere precisi, siamo condotti a datare il documento Asso­ciati così: agli estremi stanno gli ultimi mesi del 1872 e le prime settimane del 1874 e, al centro, in forma approssimativa, l'anno 1873. In quell'epoca Don Bosco rifondeva le sue costituzioni religiose per ottenerne l'approvazione dalla Santa Sede. Il pezzo in questione rappresenta lo stadio primitivo del testo che sarebbe stato stampato l'anno successivo.

Il secondo documento fu stampato con il titolo Unione Cri­stiana e con la data del 1874, dettaglio questo curiosamente assente nelle riproduzioni del secolo ventesimo 8. Ne conosciamo tre stadi: due manoscritti e uno stampato. Il primo manoscritto, redatto integralmente da Don Bosco col titolo: Unione cristiana. Negli affari di maggior rilievo 9 mostra all'evidenza che il titolo Unione Cristiana era figlio del primo documento ricordato, del quale conservava un notevole numero di formule. Il secondo: Unione cristiana. Le forze deboli se sono riunite 10 è copia manoscritta destinata alla stampa 11 e corretta da Don Bosco. Il testo stampato 12 era diviso in sette paragrafi: 1) Introduzione, 2) Associa­zione salesiana, 3) Scopo di questa associazione (tre articoli), 4) Costituzione e governo (sei articoli), 5) Obblighi particolari (un articolo), 6) Vantaggi (quattro articoli), 7) Pratiche religiose (cinque articoli). Alla fine una formula d'accettazione. Da parte nostra saremmo tentati di fissarne la data di pubblicazione ai primi mesi del 1874. In effetti, nel paragrafo dell'Associazione salesiana, l'autore non segnala ancora (come invece farà con evidente soddisfazione nel documento del 1875) che « questo pio istituto [la congregazione] » è « definitivamente approvato dalla Chiesa ». Siccome le costituzioni salesiane furono approvate il 3 aprile 1874, il nostro documento dovette essere stato stampato nei primi mesi di quell'anno. La lettura dei manoscritti preparatori e l'analisi del contenuto della bella copia dimostrano che ci troviamo di fronte a un progetto ormai assai elaborato.

Il terzo documento fu stampato nel 1875 con il titolo Associazione di opere buone 13. La sua principale novità è costituita dal posto che riservava alla presentazione della Congregazione salesiana.­ Eccone il piano: 1) Unione cristiana nel bene operare, 2) Congregazione salesiana, 3) Associazione salesiana, 4) maniera di cooperazione ,(quattro articoli), 5) costituzione e governo dell'Associazione (nove articoli), 6) obblighi particolari (tre articoli), 7) vantaggi (quattro articoli), 8) pratiche religiose (cinque articoli). Alla fine del fascicolo era riportata una formula di accettazione che, a differenza di quella del fascicolo del 1874, non portava alcun titolo. Pare che tutti gli sviluppi di questa edizione debbano essere attribuiti a Don Bosco stesso. In particolare, un foglietto, completato da una nota, entrambi di Don Bosco, ci assicurano che le aggiunte del primo paragrafo (Alla vista dei gravi pericoli) il quale viene ricopiato l'anno seguente e avrebbe in seguito fatto meditare i commentatori del testo definitivo, erano proprio sue 14.

Infine, il quarto documento vide la luce nel 1876 con il titolo che sarebbe poi rimasto: Cooperatori Salesiani, ossia un modo pratico per giovare al buon costume ed alla civile società 15. Lo stesso anno, prima ad Albenga e poi a Torino, venne riprodotto con alcune modifiche e una serie di testi complementari: un'in­troduzione di Don Bosco del 12 luglio 1876 16, una supplica a Pio IX (4 marzo 1876), il breve di Pio IX Cum sicuti relatum (9 maggio 1876), e una lista di indulgenze 17. I titoli del documento principale, chiamato ormai Regolamento dei Cooperatori salesiani, risultavano così distribuiti nel primo testo di Torino: 1) Unione cristiana nel bene operare, 2) La Congregazione salesiana vincolo di unione, 3) scopo de' Cooperatori salesiani, 4) maniera di cooperazione (quattro articoli), 5) costituzione e governo dell'Associazione (otto articoli), 6) obblighi particolari (quattro articoli), 7) vantaggi (cinque articoli), 8) pratiche religiose (quattro articoli). Al termine, un avviso e una formula d'accettazione. Nella versione d'Albenga, il titolo del primo paragrafo ricevette una formulazione destinata a divenire tradizionale: « È necessario che i cristiani si uniscano nel bene operare »; e il primo paragrafo ebbe cinque anziché quattro articoli 18.

La ragion d'essere, la natura e la finalità di questo documento vennero indicate in maniera felice da Don Bosco stesso nella sua introduzione del 12 luglio 1876. La lettura della sua prima parte ci preparerà un'analisi più approfondita delle principali questioni toccate dai documenti susseguitisi l'uno dopo l'altro.

« A1 lettore. Appena incominciò l'Opera degli Oratori nel 1841 tosto alcuni pii e zelanti sacerdoti e laici vennero in aiuto a coltivare la messe che fin d'allora si presentava copiosa nella classe de' giovanetti pericolanti. Questi Collaboratori o Cooperatori fu­rono in ogni tempo il sostegno delle Opere Pie che la Divina Provvidenza ci poneva tra mano. Ognuno studiava di lavorare ed (sic) uniformarsi alla disciplina vigente e alle norme proposte, ma tutti solevano reclamare un Regolamento che servisse come di base e di legame a conservare l'uniformità e lo spirito di queste popolari istituzioni. Tale desiderio speriamo che ora rimarrà soddisfatto col presente libretto. Esso non contiene Regole per Oratori festivi o per case di educazione, ché tali regole sono descritte a parte [le edizioni di questi documenti furono pubblicati nel 1877], sibbene un vincolo con cui i Cattolici, che lo desiderano, possono associarsi ai Salesiani a lavorare con norme comuni e stabili, affinché stabili ed invariabili ne conservino lo scopo e la pratica tradizionale... » 19.

Il lettore che ha una certa familiarità con l'antica letteratura salesiana ha certo compreso fin dalle prime righe di questa introduzione che il Regolamento del 1876 e, quindi, i testi che lo avevano preparato, furono una specie di sviluppo degli articoli costituzionali sui membri esterni della congregazione salesiana, che figuravano ancora in appendice nella prima edizione del 1874.

« De Externis. - 1. Quicumque, licet in saeculo vivat, in domo sua, in sinu familiae suae ad hanc Societatem potest pertinere. - 2. Hic nullo voto se adstringit, sed strenuam operam dabit, ut eas regulas, quae ipsius aetati ac conditioni congruant, actu perficiat. - 3. Ut autem bonorum spiritualium particeps fiat, oportet, ut saltem Rectori promittat se eam vivendi rationem servaturum, quam idem Rector ad maiorem Dei gloriam conferre censebit. - 4. Si quis tam factae promissioni desit, nulla, ne veniali quidem, culpa gravatur » 20

Questi articoli erano certamente destinati anche a quelli che, in un primo tempo, avevano collaborato con Don Bosco nell'Opera degli Oratori, ma che successivamente non avevano ritenuto possibile entrare nella categoria dei religiosi propriamente detti della sua «congregazione»21. Nel 1874, per volere della Congregazione dei Vescovi e Regolari, tali articoli erano scomparsi dalle costituzioni salesiane. Dopo di essi, nei quattro testi che presentiamo qui, vediamo profilarsi le linee e i motivi dell'associazione, e scorgiamo come vengono definite le condizioni per l'entrata degli aderenti, le modalità di partecipazione e la spiritualità loro pro­posta, questioni tutte affrontate sinteticamente dalla breve introduzione di Don Bosco.

1Sono riuniti in ACS, 133, Cooperatori. Si veda l'edizione dei princi­pali di essi in A. AMADEI, MB X, 1310-1318; E. CERIA, MB XI, 535-­545; Id., I Cooperatori Salesiani. Un po' di storia. Torino, SEI 1952, pp. 13-15, 105-112. G. FAVINI, Don Bosco e l'apostolato dei laici, Torino 1952, p. 38-61. Quest'ultima edizione riprende quella delle Memorie biografiche.

2ACS, Cooperatori (2) 1 fol., 302x210 mm. Pubblicato in MB X, 1309 e in G. FAVINI, op. cit., p. 38.

3 Cfr ACS, 022 (3), cap. Esterni.

4 ACS, 133, Cooperatori 2 (2). Un quaderno di 6 p. più una pagina staccata. Le pagine originali di Don Bosco vanno da 3 a 8.

5 Cfr A. AMADEI, MB X, 1310.

6 La data del 1874 posta da Don Favini in cima alla sua edizione non figura né nel manoscritto che noi conosciamo né nell'edizione di Don Amadei. Forse è un'ipotesi d'archivista.

7 Cfr MB X, 345, 363.

8 Cfr MB X, 1314-1318; G. FAVINI, op. cit., p. 44-47.

9 ACS, 133, Cooperatori, 2 fol., 8 p.

10 ACS, 133, Cooperatori, 6 p. I fogli sono numerati da 1 a 3 sul loro recto.

11 II nome del tipografo designato figura all'angolo di sinistra del primo foglio.

12 Torino, Tip. dell'Orat, di s. Franc. di Sales 1874. 1 fasc., 8 p. Le indicazioni relative al luogo e alla data figurano in caratteri piccoli solo nell'explicit; ciò spiega forse che sono sfuggite ai rieditori.

13 Torino, Tip. dc11'Orat. di s. Franc. di Sales 1875. 1 fasc., 16 p. Cfr E. CERIA, MB XI, 535-540; G. FAVINI, op. cit., p. 48-52. Anche questa volta, nello stampato, le indicazioni dell'origine figurano in calce.

14 Il foglietto autografo Associazione nel bene operare, 1 fol. recto verso, con un fol. aggiunto, in ACS, 133, Cooperatori, 1 (1).

15 Torino, Tipografia Salesiana 1876. 1 fasc., 18 p.

16 La brutta copia autografa di questo documento di Don Bosco: Al lettore. Apprima si incominciò, è conservata in ACS, 133, 1 fol. recto verso..

17 La prima di queste edizioni: stesso titolo, Albenga, Tip. Vescovile di T. Graviotto 1876. 1 fasc., 35 p. La seconda: stesso titolo, Torino, S. Pier d'Arena, Nizza Marittima, Buenos Aires 1876. 1 fasc., 40 p.; compren­de un indice.

18 Cfr l'edizione del Regolamento dei Cooperatori salesiani compila­to da D. Bosco, in E. CERIA, I Cooperatori Salesiani..., op. cit., p. 105-112. Un esemplare della prima versione di Torino corretta di propria mano da Don Bosco per divenire quella di Albenga, figura in ACS, 133, Cooperatori 2 (5). 1 fasc., 20 p.

19 Cooperatori Salesiani..., Albenga 1876, p. 3.

20 Constitutioncs Societatis S. Frarncisci Salesii, Roma 1874, p. 40.

20 Cfr F. DESRAMAUT, La storia primitiva della Famiglia salesiana secondo tre esposti di Don Bosco, nel libro collettivo La Famiglia salesiana (coll. Colloqui sulla vita salesiana, 5), Torino-Leumann 1974, p. 17-45.

 

 

Un'associazione di « cooperatori »

 

Don Bosco tergiversò molto sull'appellativo da dare a coloro che nel 1876 sarebbero stati chiamati « Cooperatori salesiani ». Furono successivamente: gli « esterni » (titolo del citato capitolo delle costituzioni salesiane dal 1860 al 1874); gli « associati alla Congregazione di S. Francesco di Sales » (titolo del documento 1); «gli associati salesiani » (secondo il titolo del para­grafo: Regole per gli associati salesiani, di questo stesso documento 1); i membri dell'« Unione Cristiana » (titolo del documento 2), dell'« Associazione salesiana » (titolo del paragrafo 2 del documento 2), dell'« Associazione di opere buone » (titolo del documento 2); infine i « Cooperatori salesiani » dell'« associazione » che li riuniva. Il termine « associazione » contínuò, in effetti, a figurare nel titolo del paragrafo V del documento 4.

A parte le parole di volta in volta impiegate, una prima idea rimase costante da una versione all'altra, quella di associazione. Don Bosco fu costantemente refrattario alla creazione di un movimento spirituale, i cui membri sarebbero stati sparsi qua e là senza rapporti degli uni con gli altri. L'unione doveva essere effettiva. Quest'idea fu marcata sempre di più nei testi che si succedettero. Gli sviluppi del § I sono significativi.

D'altra parte, l'associazione salesiana non venne mai concepita come una realtà a sé stante: i suoi membri da un capo all'altro della catena furono « associati »alla Congregazione di san Francesco di Sales. Si è visto che questo punto era affermato nel titolo del primo documento. Se in seguito parve attenuato, restò fermo che «il Superiore della Congregazione salesiana è pure il Superiore» dell' «Associazione salesiana»22. A partire dall'approvazione delle costituzioni salesiane (aprile 1874), i testi hanno affermato senza tentennamenti che il «pio Istituto » è un « vincolo stabile di unione » 23, e, più ancora, un « vincolo sicuro e stabile » 24  tra i membri dell'associazione.

La parola « cooperatori » indicava infine una terza idea: gli associati salesiani si sarebbero uniti in vista dell'azione. Nel testo dell'introduzione riportato sopra era utilizzata come sinonimo di « collaboratori ». L'associazione salesiana non era stata creata per la sola edificazione vicendevole dei suoi appartenenti, ma per rendere un servizio autentico alla Chiesa e alla società 25. A livello del documento del 1876, quello che vide nascere il termine « coo­peratori », i1 pensiero di Don Bosco poteva essere sintetizzato nel modo seguente. Primo dato: era necessario intraprendere un'azione o « operazione » « in questi difficili tempi », soprattutto per « rimuovere o almeno mitigare quei mali, che mettono a repentaglio il buon costume della crescente gioventù, nelle cui mani stanno i destini della civile società ». Secondo dato: i Salesiani religiosi non erano sufficienti, benché il loro numero fosse aumentato. Si ricorderà che il 1875 segnò l'inizio dell'espansione mondiale dell'opera di Don Bosco rimasta fino allora entro i confini italiani: raggiunse la Francia (Nizza) e l'America Latina (Buenos Aires). «E’vero che i membri di [questa Congregazione] sono cresciuti notabilmente; ma il loro numero è assai lontano dal poter corrispondere alle quotidiane richieste, che si fanno in vari paesi d'Italia, d'Europa, della China, dell'Australia, dell'America e segnatamente della Repubblica Argentina» 26. Terzo dato: come si era fatto fin dalle origini, si ricorse a degli associati ecclesiastici e laici, e più precisamente a dei « Cooperatori salesiani ». « Egli è per accorrere a tante necessità che si cercano Cooperatori » 27.

Il termine « Cooperatori » implicava una triplice idea: quella d'associazione, d'associazione can la Congregazione salesiana, e d'associazione salesiana in vista di un'azione apostolica determinata.

 

 

22 Unione Cristiana, 1874, § 4, art. 2.

23 Associazione di opere buone, 1875, § III, art. l.

24 Cooperatori Salesiani..., 1876, tutte le edizioni, § II.

25 Cooperatori Salesiani..., Albenga 1876, § 1. La prima edizione di det­to anno era più moraleggiante: « per rimuovere o almeno mitigare i mali che ad ogni momento possono mettere a repentaglio il buon costume, senza cui va in rovina la civile società ».

26 Cooperatori Salesiani..., stessa edizione, § II.

27 Ivi.

 

 

Le componenti « religiose » dei l'associazione

 

Questa prima costatazione, la più ovvia, è insufficiente. Don Bosco non fu affatto tenuto a volere un'associazione in vista d'una missione apostolica che da sola avrebbe giustificato la sua creazione. È conveniente individuare e ordinare le motivazioni che diede progressivamente dell'Unione dei Cooperatori. Questo lavoro a tanto più importante in quanto permette di definirne meglio l'Identità primitiva. Aggiungiamo che per noi è facilitato dal confronto dei diversi testi successivi: essi aiutano a determinare le ragioni di fondo e a collocarle a1 loro giusto posto accanto ad altre ragioni, che sono invece secondarie. Ci accorgiamo così che il « fondamento », che si sarebbe cercato volentieri al paragrafo I e II del testo definitivo, lo si scopre invece al paragrafo III.

La ragione «fondamentale» fu essenzialmente «religiosa». I Cooperatori, pensò Don Bosco, i quali per diversi motivi non potevano entrare nella Congregazione salesiana che pure piaceva loro, potevano aggregarvisi. Lungo i quattro documenti che stiamo analizzando, rimane costante l'idea che si leggeva all'inizio del primo documento a dimostrazione della sua importanza particolare: « Molti fedeli cristiani per vie meglio giungere alla perfezione ed assicurarsi la loro salvezza (eterna) si allontanerebbero assai volentieri dal mondo per evitare i pericoli di perdizione, goder la pace del cuore e così passare la vita nella solitudine, nella carità di N.S.G.C. Ma non tutti sono chiamati a questo stato. Molti per età, molti per condizione, molti per sanità, moltissimi per difetto di vocazione ne sono assolutamente impediti. Egli è per soddisfare a questo generale e pio desiderio che si propone la pia associazione di S. Francesco di Sales » 28. Il suo posto centrale, anzi « fondamentale », era indicato senza equivoci nella versione definitiva al paragrafo riguardante lo « Scopo dei Cooperatori Salesiani », citato qui di seguito:« Scopo fondamentale dei Cooperatori Salesiani è di fare del bene a se stessi mercé un tenor di vita, per quanto si può, simile a quella che si tiene nella vita comune. Perciocché molti andrebbero volentieri in un chiostro, ma chi per età…» 29

28 Associati alla Congregazione di S. Francesco di Sales, forma quasi primitiva dell'introduzione del manoscritto citato qui sopra. La stessa idea in Unione Cristiana, § 2; e anche in Associazione di opere buone, § III.

29 Cooperatori Salesiani..., Albenga 1876, § III.

L'appartenenza a una « specie di terz'ordine »

 

Il cooperatore di Don Bosco apparteneva a una « specie di terz'ordine » salesiano. Mirava alla propria santificazione attraverso la scelta di uno stato di vita particolare, condivideva la missione del salesiano religioso, ne era fratello, aveva lo stesso superiore, ne faceva propria la spiritualità e beneficiava degli stessi vantaggi spirituali. Il seguito dell'esposizione mostrerà, lo spero, la fondatezza di queste asserzioni. Si vorrebbe qui giustificare la prima: il cooperatore ricerca la santificazione con l'appartenenza a una « specie di terz'ordine ».

Come un po' tutti gli altri religiosi, anche quello di Don Bosco aveva come fine generale la santificazione personale con la scelta di uno stato di vita che gliela rendeva meno aleatoria. Nelle costituzioni salesiane, il primo articolo del capitolo sullo scopo lo ha affermato in modo costante. Secondo la traduzione ufficiale del 1875, « lo scopo della Società Salesiana si è la cristiana perfezione de' suoi membri... » 30. Ora, fin dalle prime battute del primitivo Regolamento dei Cooperatori, lo stesso Don Bosco assegnava questo stesso scopo ai suoi collaboratori non religiosi e lo indicava senza possibilità d'equivoci per primo: « Duplice ne è lo scopo: 1. Proporre un mezzo di santificazione a tutti quelli che sono ragionevolmente impediti di aviarsi [oppure: andarsi] a chiudere in qualche istituto religioso...» 31. Quest'idea era meno scoperta nei successivi testi Unione Cristiana e Associazione di opere buone, tuttavia vi era sempre presente. Per Don Bosco, tutto preoccupato della salvezza delle anime, « fare del bene a se stessi » implicava l'impegno per la propria santità. Più precisamente, la sua preoccupazione primaria per la perfezione dei Cooperatori era espressa nella frase che, a partire dal 1874, assimilava la loro associazione agli « antichi terz'ordini », il cui scopo, secondo il fondatore dei Salesiani, era stato la « perfezione » dei loro membri 32.

È utile liberare qui il terreno da alcuni pregiudizi che ne ostacolano un approccio, a nostro giudizio, essenziale. Si dice che è stata un'iniziativa di Pio IX, un giorno in cui volle fare un piacere a Don Bosco con il quale, come sappiamo, conversava molto liberamente. Si dice, ancora, che Don Bosco conosceva molto male gli antichi terz'ordini...

La formulazione definitiva, in effetti, lascia intendere che l'idea di accostare Cooperatori e terziari era dovuta al papa dell'epoca. Ricollochiamo la frase nel suo contesto:« ... molti andrebbero in un chiostro, ma chi per età, chi per sanità o condizione, moltissimi per difetto di opportunità ne sono assolutamente impediti. Costoro facendosi Cooperatori Salesiani possono continuare in mezzo alle loro ordinarie occupazioni, In seno alle proprie famiglie, a vivere come se di fatto fossero in Congregazione. Laonde dal Sommo Pontefice questa Associazione è considerata come un Terz'Ordine degli antichi, colla differenza, che in quelli si promuoveva la perfezione cristiana nell'esercizio della pietà, qui si ha per fine principale la vita attiva nell'esercizio della carità verso il prossimo e specialmente verso la gioventù pericolante »33. Va però notato che nelle versioni precedenti, Don Bosco faceva que­st'affermazione di propria iniziativa. Attribuirla al papa - su basi che occorre ricostruire - gli conferiva semplicemente maggior peso. Nel 1874 si poteva di fatto leggere: « Laonde l'Associa­zione Salesiana si può chiamare una specie di Terz'Ordine degli antichi con questa diversità... »34; e nel 1875: « Laonde essa [As­sociazione Salesiana] potrebbesi considerare come una specie di Terz'Ordine degli antichi, colla differenza... »35. A nostro avviso, l'aver attribuito a Pio IX l'accostamento venne fondato su un passo del breve Cum sicuti relatum (9 maggio 1876), in cui si diceva che i Cooperatori salesiani avrebbero beneficiato dei favori concessi ai terziari francescani. Sta di fatto che, nello stesso spirito del fondatore dei Cooperatori, che non aveva certo l'intenzione di contraddirsi, detti Cooperatori erano in certo senso dei terziari salesiani.

Don Bosco, si insisterà, non era particolarmente aggiornato sulla questione dei terz'ordini. Certamente, e lo verificheremo subito, li concepiva alla sua maniera; ma la insinuazione rischia d'essere anche gratuitamente falsa e ingiusta, perché all'epoca in cui stava redigendo questi testi, il nostro legislatore era considerato lui stesso terziario francescano. A quanto pare, la sua iscrizione era stata fatta venticinque anni prima. Eccone la testimonianza: « Il suo nome, benché non comparisca nei registri di questa Congregazione, pure è notato nel suo elenco fin da questi anni (si trattava del 1847-1848). Perciò il Direttore del Terz'Ordine in Torino, P. Candido Mondo M.O., con diploma dato il 1° luglio 1886 dal Convento di S. Tommaso, dichiarava che D. Giovanni Bosco, Patriarca dei Salesiani verso il 1848 vestiva l'abito dei Terziarii, e dopo il noviziato ne professava a tempo utile la santa Regola a tenore delle Pontificie Costituzioni; e che perciò dichiaravalo vero fratello di tutti i Religiosi dei tre Ordini istituiti dal Serafico Padre»36. Ne dedurremo che conosceva il terz'ordine francescano e molto probabilmente, le costituzioni. Quando preparava e correggeva il suo progetto di Regolamento dei Cooperatori salesiani, pensava certamente ai terziari francescani, come lo testifica una sua riflessione al capitolo generale del 1877, riflessione di cui ci si occuperà in seguito.

Tutto questo ci conferma nell'idea che, per Don Bosco, i Cooperatori erano alla loro maniera dei religiosi nel mondo. Non siamo riusciti a chiarire le origini delle sue concezioni sulla natura dei terz’ordini. Ad ogni modo, esse si avvicinavano, e la cosa potrà far meraviglia, a quelle che Leone XIII avrebbe qualche anno dopo convalidato con la sua grande autorità 37 e forse più ancora (i giuristi mi perdonino l'interpolazione!), alla definizione dei terziari secolari contenuta nel codice del 1917 e dovuta a questo stesso papa, se si deve credere alle Fontes del cardinal Gasparri:« Sunt qui in saeculo, sub moderatione alicuius Ordinis, secundum eiusdem spiritum, ad christianam perfectionem contendere nituntur, modo saeculari vitae consentaneo, secundum regulas ab Apostolica Sede pro ipsis approbatas» 38. Mutatis mutandis (Don Bosco non ebbe la pretesa di aver fondato un Ordine!), questa presentazione gli avrebbe fatto piacere; la lettura delle successive versioni del suo regolamento ce lo fanno comprendere. 1 Cooperatori rimanevano nel mondo, si sforzavano di vivere lo spirito della Congregazione salesiana, dipendevano da essa, e tendevano alla perfezione secondo uno stile di vita secolare. Don Bosco avrebbe voluto poter anche dire che le loro «regole» erano state approvate da Roma; in mancanza di questo, sottolineava che le costituzioni salesiane, la cui osservanza era loro raccomandata nei limiti del possibile, avevano ricevuto questa approvazione 39.

 

 

30 Regole o Costituzioni..., Torino 1875, cap. I, art. 1.

31 Associati alla Congregazione di S. Francesco di Sales, ms. citato. Il secondo scopo venne allora così formulato: « Per partecipare alle opere di pietà e di religione che i Soci della Congregazione Salesiana in pubblico in privato compiono in qualunque modo a maggior gloria di Dio e a vantaggio delle anime ».

32 Cfr Cooperatori Salesiani..., Albenga 1876, § III.

33 Cooperatori Salesiani.... Albenga 1876, § III.

34 Unione Cristiana, § 2.

35 Associazione di buone opere, § III.

36 G.B. LEMOYNE, MB III, 26. Don Lemoyne si fondò lui stesso sul documento. Non pretendiamo evidentemente che tutto ciò che diceva P. Mondo fosse assicurato; che Don Bosco avesse veramente rivestito l'abito di terziario, che avesse fatto il noviziato secondo le regole e, in seguito, emesso una professione francescana.

37 Lettera enciclica Auspicato concessum, 17 settembre 1882; costituzione Misericors Dei Filius, 30 maggio 1883.

38 Codex Iuris Canonici, can. 702, § 1.

39 Cfr soprattutto Cooperatori Salesiani.... Albenga 1876, § II e III.

 

 

 

Per interessante che possa essere, questa costatazione secondo cui Don Bosco voleva principalmente offrire a dei cristiani una forma di vita adatta alla loro santificazione, chiede di essere preci­sata con altre indicazioni dello stesso fondatore. Nello stesso momento in cui paragonava i suoi Cooperatori agli antichi terziari, si sforzava anche di mostrare come se ne distinguevano. Vediamo nascere l'idea in forma sensibile in un manoscritto autografo destinato a preparare il testo Unione Cristiana del 1874. Don Bosco aveva innanzitutto scritto: « Avvi però questa grande diversità: il terzo ordine degli antichi si estendeva in generale alla pratica della religione; l'associazione salesiana è limitata alla vita attiva specialmente a favore della gioventù pericolante ». Corresse questa formulazione a matita, tra le righe e al margine dello stesso documento, così: « Il terzo ordine degli antichi si proponeva in generale la perfezione cristiana nell'esercizio della pietà; l'associazione salesiana si estende anche alla vita attiva specialmente in favore della gioventù pericolante »40. La concentrazione - discutibile, come vedremo - degli antichi terz'ordini sull'« esercizio della pietà » aveva fatto la sua entrata. Veniva a delimitare l'opposizione tra la pietà e l'apostolato. II manoscritto seguente, destinato anch'esso a preparare il testo Unione Cristiana, conteneva già una formulazione pressoché definitiva: « Laonde 1'Associazione Salesiana si può chiamare una specie di terz'ordine degli antichi con questa diversità che in quelli si proponeva la Perfezione Cristiana nell'esercizio della pietà; qui si ha per fine principale la vita attiva specialmente in favore della Gioventù pericolante »41.

Questa curiosa evoluzione è comprensibile solo all'interno del sistema « religioso » di Don Bosco. Le trasformazioni successive del suo testo si allontanavano, in effetti, da una retta presentazione dei terziari. La sua prima formula in merito: « si estendeva in generale alla pratica della religione » era più giusta dell'ultima: « si proponeva la perfezione cristiana nell'esercizio della pietà ». In concreto, un po' tutte le opere di misericordia erano state suggerite ai membri dell'Ordine della Penitenza, questo terz'ordine di san Francesco d'Assisi che, nel mondo medievale, fu di modello per altre associazioni simili. La sua Regula, confermata dalla costituzione apostolica di Nicolò IV (17 agosto 1289), non lascia dubbi 42. I commentatori contemporanei della Regula offrono prospettive differenti da quelle di Don Bosco. Ascoltiamo uno di loro: « E’ legge per ogni membro l'esercitare la carità in tutte le sue forme. I Terziari "s'impegnano a dare il buon esempio, a spegnere le discordie" (terz'ordine francescano, capitolo II, a.8,9). Si "dedicano alle opere di carità e di misericordia secondo le esigenze dei tempi e dei luoghi" (terz'ordine domenicano, capitolo XI, a.42)».43 Da parte sua, Don Bosco era attirato dall’opposizione tra pietà e carità, procedimento questo che metteva 1'accento sulla santificazione attraverso la carità attiva, base della sua spiritualità. Questo « strumento di santità » polarizzava le sue frasi quando provava la necessità di esprimere i suoi principali progetti spirituali. Questo raccomandava Don Bosco a Domenico Savio e  simultaneamente ai giovani e agli adulti ai quali era destinata la biografia esemplare di questo adolescente: « La prima cosa che gli venne consigliata per farsi santo (si sa che il direttore spirituale di Domenico era allora Don Bosco stesso) fu di adoprarsi per guadagnar anime a Dio; perciocché non avvi cosa più santa (e quindi santificante se seguiamo il pensiero dell'autore) al mondo che cooperare al bene delle anime, per la cui salvezza Gesù Cristo, sparse fin l'ultima goccia del prezioso suo sangue »44. Aveva scritto questo nel 1859 (e la cosa venne conservata nelle successive edizioni del libro fino al 1880). In quello stesso anno 1859, nel più antico testo delle costituzioni salesiane - un testo corretto, che sarebbe stato modificato solo nel 1864 e per ragioni diplomatiche - affermava:« Lo scopo di questa congregazione si è da riunire insieme i suoi membri ecclesiastici, chierici ed anche laici a fine di perfezionare se medesimi imitando le virtù del nostro Divin Salvatore, specialmente nella carità verso i giovani poveri »45. Tra le virtù di Gesù Cristo, il salesiano non ricercava quelle apparentate all'ascesi o alla religione, come la povertà e la pietà, ma una delle virtù dette attive, la carità fraterna, speci­ficata qui dal suo oggetto, cioè dalla categoria sociale dei giovani poveri che doveva servire. Se noi analizziamo ora le correzioni del Regolamento dei Cooperatori, appare evidente che, coscien­temente o no, Don Bosco tendeva ad applicare loro la sostanza dell'articolo preparato quindici anni prima per i religiosi.

Questo è l'insegnamento molto chiaro che emerge dalle righe sull'originalità dell'associazione dei Cooperatori definita in rap­porto agli antichi terz'ordini. Non insisteremo su eventuali limiti delle concezioni di Don Bosco in materia di « vita religiosa ». Erano quelle del suo tempo; tenevano gran conto del motto del Vangelo: Si vis perfectus esse... Detto questo, come i membri di tutte le società « religiose », anche i Cooperatori tendevano alla « perfezione » spirituale; ma il loro « strumento » privilegiato in questa grande impresa era la carità attiva verso il loro prossimo.

 

 

40 Unione Cristiana. Negli affari di maggior importanza, fol. 2 recto.

41 Unione Cristiana. Le forze deboli, fol. 1 recto. Abbiamo riprodotto più sopra la formula di Albenga 1876, § III. 42 Venne solo leggermente modificata da Leone XIII con la costituzione Misericors Dei Filius, 30 maggio 1883.

43 J. DE LONGNY, À l'ombre des grands Ordres, Histoire, spiritualité, constitutions des huit principaux Tiers-Ordres, Paris 1937, p. 39-40.

44 G. BOSCO, Vita del giovinetto Savio Domenico..., Torino 1859, p. 53.

45 Costituzioni salesiane manoscritte, primo testo conservato. ACS, 022(1), cap.Scopo, art. 1, con soprascritte autografe di Don Bosco.

 

 

La scala motivazionale dell'associazione

 

Mentre cercava di definire il suo progetto sui Cooperatori, Don Bosco era sollecitato palesemente da motivi o da ragioni a prima vista assai disparati. Non è il caso di privilegiarne senza ragione alcuni di essi a scapito degli altri. Per non distorcere l'intenzione del fondatore, è meglio tentare di metterli in ordine, compito meno azzardato di quanto potrebbe sembrare, perché il nostro autore non li collocò certo tutti sullo stesso piano. Ne diamo qui un saggio. Mettiamo in testa il motivo che figurava in questo posto nel più antico manoscritto, per cedere in seguito il passo ad altri più concreti, più accessibili e più attraenti per la media degli uomini. Primo motivo: i cristiani che mirano alla propria santificazione, fine unico a cui tutti devono ugualmente tendere, devono disporre di mezzi adatti. Stando al suo « scopo fondamentale » 46, l'associazione dei Cooperatori salesiani non è altro che uno strumento di santità. II secondo motivo incomincia a render conto della specificità di questo « strumento ». Tra i mezzi, il cristiano può preferire la carità attiva al servizio del suo pros­simo, e specificamente dei giovani. L'associazione dei Cooperatori è uno strumento di santificazione attraverso la carità attiva esercitata in favore di questi ultimi. « Qui si ha per fine principale la vita attiva nell'esercizio della carità...» 47. La ragione che nei testi definitivi è stata collocata al primo posto ci pare debba venire invece in terzo luogo. In forza di questo tipo di azione, l’associazione è particolarmente consigliabile nella congiuntura mo­derna che impone ai cristiani di unirsi e di unirsi contro il male.48 Il quarto motivo viene alla fine: la Congregazione salesiana che è animata da tale spiritualità, cerca giustamente dei collaboratori imprese e offre una base bell'e fatta a una tale associazione 49. Ci pare che sia stato questo nello spirito di Don Bosco l’ordine dei motivi obiettivi della creazione dell'Unione dei Cooperatori salesiani. Ben inteso, i motivi soggettivi delle adesioni, quali l’amicizia, il gusto dell'azione, la beneficenza, 1'ammirazione per grandi personalità, l'amore dei giovani, ecc., poterono essere differenti dall'uno all'altro. Ma la scalarità dei motivi obiettivi restituisce alla costruzione compiuta la sua profondità e le sue proporzioni, senza le quali il ricorso alle fonti non sbocca che in effimeri miraggi 50.

 

 

46 Cooperatori Salesiani..., Albenga 1876, § III.

47 Ivi.

48 Ivi, §I.

49 Ivi, § II.

50 La scelta tra le ragioni d'essere a beneficio di certi motivi che avrebbero dovuto rimanere secondari è tanto antica quanto l'associazione. A nostro avviso un Supplemento al Bollettino Salesiano del 1879 (secondo 1'ultimo paragrafo) avrebbe già orientato l'Unione dei Cooperatori in un senso che non era  quello del suo fondatore. Con l'intento di spiegare il titolo del fascicolo: Cooperatori Salesiani, ossia un modo pratico, ecc., privilegiava l’unione e l'azione. In particolare, merita di essere qui ricordato il commento a «un modo pratico». « I1 titolo del diploma o del libretto presentato ai Cooperatori dice quale ne sia lo scopo. Diamone tuttavia breve spiegazione. Diconsi Cooperatori Salesiani coloro che desiderano occuparsi di opere caritatevoli non in generale ma in specie, d'accordo e secondo lo spirito della Congregazione di S. Francesco di Sales. Un Cooperatore di per sé può fare del bene, ma il frutto resta assai limitato e per lo più di poca durata. A1 contrario unito con altri trova appoggio, consigli, coraggio (…sviluppo di quest'idea). Pertanto i nostri Cooperatori seguendo lo scopo della Congregazione Salesiana si adopereranno secondo le loro forze per raccogliere ragazzi pericolanti ed abbandonati nelle vie e nelle piazze; avviarli al Catechismo, trattenerli nei giorni festivi e collocarli presso ad onesto padrone, dirigerli, consigliarli, aiutarli per quanto si può per farne buoni Cristiani ed onesti cittadini. Si aggiungono le parole: modo pratico, per notare che qui non si stabilisce una Confraternità, non un'associazione religiosa, letteraria e scientifica, nemmeno tiri giornale; ma una semplice unione di benefattori dell'umanità, pronti a dedicare non promesse, ma fatti, sollecitudini, disturbi e sacrifizi per giovare al nostro simile. Si è messa la parola: un modo pratico, perché non intendiamo dire che questo sia il solo mezzo per far del bene in mezzo alla civile società; anzi noi approviamo ed altamente lodiamo tutte le istituzioni, le unioni, le associazioni pubbliche e private che tendono a beneficare l'umanità, e preghiamo Dio che a tutti mandi mezzi morali e materiali per conservarsi, progredire e conseguire il fine proposto. Noi a nostra volta crediamo bene proporre un mezzo di operare e questo mezzo lo proponiamo nell'Associazione dei Cooperatori Salesiani. Le parole: giovare al buon costume, danno ancora più chiaramente a conoscere ciò che vogliamo fare e quale sia il comune nostro intendimento ... » (Supplemento al Bollettino Salesiano: Rispondiamo alle molte domande..., 1 fol. stampato ACS, 52113). Nelle MB XIII, 261-262, Don E. Ceria ha citato un frammento di questo pro­spetto e l'ha attribuito a Don Bosco; non crediamo che tale attribuzione sia esatta.

 

Le condizioni d'entrata nella nuova associazione

Le condizioni d'entrata nel gruppo, già poche e relativamente poco esigenti fin dalle origini, furono ulteriormente semplificate nelle redazioni successive del regolamento. Ecco il primo accenno che troviamo in proposito: « 1. Chiunque voglia ascriversi in questa associazione deve essere buon cattolico, ubbidiente a1 Sommo Pontefice Vicario di Gesù Cristo sopra la terra. 2. Si abbia compiuto sedici anni, sia di onorata famiglia e prometta di osservare le regole della Società ».51 Venne ben presto modificato: « Chiunque può farsi ascrivere a questa associazione purché abbia l'età di sedici anni, onorata condotta, [om.: sia] buon cattolico ubbidiente alla Chiesa e al Romano Pontefice ».52 Dopo il 1874 due sole condizioni venivano richieste a chi voleva farsi cooperatore: l'età di sedici anni, che era quella richiesta per la professione religiosa salesiana (l'assimilazione del cooperatore al religioso giocò sicuramente in questa determinazione); e la promessa di confor­marsi alle regole proposte. « Chiunque ha compiuto sedici anni può farsi ascrivere in questa Associazione, purché si conformi alle regole in essa esposte ».53 La porta del «terz'ordine » salesiano era assai ampia e aperta. II suo fondatore aveva scientemente depennato la professione cattolica dalle condizioni d'entrata. Occorreva però accettare lo spirito e l'organizzazione del gruppo. Per farlo comprendere, Don Bosco domandava di conformarsi alle regole del suo documento. Si noterà che egli usava anche questo termine di regole per designare le costituzioni della sua società religiosa, da lui chiamate con ostinazione Regole o Costituzioni nelle versioni contemporanee 54.

 

 

51 Associati alla Congregazione di S. Francesco di Sales, § Regole per gli associati salesiani.

52 Ivi, testo corretto.

53 Unione Cristiana. Torino 1874, 9 4, art. 1. Nel 1876 si potrà leggere:

«Chiunque ha compiuti sedici anni può farsi Cooperatore, purché abbia ferma volontà di conformarsi alle regole quivi esposte » (Cooperatori Salesiani..., Albenga 1876, § V, art. 1).

54 Cfr per esempio le Regole o Costituzioni della Società di S. Francesco di Sales secondo il Decreto di approvazione del 3 aprile 1874, Torino 1875. La Congregazione dei Vescovi e Regolari preferì il solo titolo Costituzioni.

 

 

Lo modalità di partecipazione all'associazione

 

Questo argomento, che sarebbe apparso essenziale a delle generazioni posteriori, causò a Don Bosco minori preoccupazioni che per altre questioni tra il 1873 e il 1876. Non pare che si sia lasciato molto andare a considerazioni sulla beneficenza e sull'apostolato dei suoi discepoli non religiosi. Anche qui, come altrove, i diversi testi sono assai istruttivi.

In sostanza ci dicono che egli riprese il primo capitolo delle costituzioni della Società di san Francesco di Sales e lo traspose ai suoi Salesiani esterni. Fin dagli inizi, le sue costituzioni avevano previsto che i suoi religiosi si sarebbero rivolti a un doppio pubblico: la gioventù e il mondo degli adulti. Di essi il primo era nettamente privilegiato. Nell'edizione approvata del 1874, dopo l’articolo generale sull'apostolato giovanile (a. 1), le costituzioni prevedevano, per i giovani, degli « oratori » (a. 3) (l'oggetto del1'articolo 2 era la formazione del salesiano), e degli « ospizi » (a. 4); chiedevano una cura particolare per le «vocazioni» (a. 5); proponevano, per gli adulti, una difesa religiosa con opportune manifestazioni, come gli esercizi spirituali (a. 6), e con il ricorso alla parola a alla penna (la stampa vi aveva un posto di primo piano) (a. 7). Ora nel testo Associati alla Congregazione di S. Francesco di Sales (1873), i cinque articoli del capitolo intitolato anch'esso Scopo seguivano questo stesso piano, come ce lo dimostrano le princi­pali frasi qui trascritte: 1. « Fare del bene a se stesso nell'esercizio della carità verso il prossimo specialmente verso i fanciulli poveri e abbandonati... »; 55  2. « Raccogliere poveri fanciulli, istruir­li nella propria casa...»;56 3. « In questi tempi di perturbazione facendosi gravemente sentire la penuria di vocazioni allo stato ecclesiastico, così ognuno avrà cura assistere... »;57 4. « ... promuovere catechismi, novene, tridui, esercizi, e in generale intervenire ed animare altri ad intervenire ad ascoltare la parola di Dio, sono cose proprie di questa associazione »;58   5. « ... i Salesiani [da intendere: gli Associati alla Congregazione di S. Francesco di Sales] si adopereranno con tutta sollecitudine per impedire lo spaccio de' libri cattivi, e diffondere buoni libri...».59 Del resto, a partire dal documento Unione Cristiana (1874), il capitolo sulle modalità di partecipazione iniziò con la formula significativa: « Ad ogni associato si presenta la stessa messe che forma lo scopo della Congregazione Salesiana ».60  Siamo qui al centro delle concezioni di Don Bosco sulla « cooperazione » salesiana.

Ma la sua tendenza si muoveva nel senso della concentrazione degli articoli e di una loro più adatta presentazione al pubblico. La semplificazione iniziò già nel 1874 (Unione Cristiana). A partire dal 1875 (Associazione di opere buone), l'ordine riguardante le modalità di cooperazione fu modificato, e la carità verso i giovani poveri passò dal primo posto alla conclusione. Il piano definitivo del 1876 sarà il seguente: 1. « Promuovere novene, tridui, esercizi spirituali... » (cfr 1'a. 4 del 1873); 2. « ... coloro che ne sono in grado prenderanno cura speciale di quei giovanetti (che mostravano attitudini allo stato ecclesiastico) » (cfr 1'a. 3 del 1873); 3. « Opporre la buona stampa alla stampa irreligiosa... » (cfr 1'a. 5 del 1873); 4. « Infine la carità verso i fanciulli perico­lanti... » (cfr gli a. 1 e 2 del 1873).

Questa trasformazione ci può apparire inquietante. Non ridava alla pietà (esercizi spirituali, novene) il primo posto, che gli era stato esplicitamente ricusato nel paragrafo precedente? Si deve fare un ragionamento piuttosto lungo per comprendere il nuovo piano di Don Bosco. A nostro avviso, si spiega con la volontà di chiudere il capitolo con un appello a sostenere le sue opere giovanili. Questo appello trovava la sua collocazione naturale dopo gli articoli sulla cooperazione al servizio dei giovani, e quindi al centro della serie allora costituita. Ma questo fatto avrebbe troncato bruscamente l'ordine generale del paragrafo. Per ovviare a questo inconveniente, Don Bosco spostò alla fine tanto l'articolo sul servizio alla gioventù quanto l'esortazione alla beneficenza salesiana. Dovette pensare che in questo modo l'insieme risultava sufficientemente discreto e significativo: in un'enumerazione 1'ultimo posto non è necessariamente il meno onorevole.

Queste diverse preoccupazioni non vanno tutte attribuite gratuitamente al nostro autore. Per il documento Associazione di opera buone del 1875, aveva previsto una nota curiosa che per altro non vi entrò mai. « Nota. Per cooperatori noi intendiamo i nostri benefattori non solamente di Torino, ma di vari altri paesi e città d’Italia, di Francia e ancora di America dove furono aperte delle nostre case a pro della pericolante gioventù. Non avendo noi alcun reddito fisso, siamo soliti far sentire ai medesimi le nostre strettezze per invitarli a venirci in aiuto colla loro carità ».61 Ci fa subito intravedere l'orientamento incoercibile che avrebbe preso costantemente la cooperazione a contatto di opere salesiane sempre finanziariamente in deficit. Ci aiuta anche a comprendere la finale, meno brusca ma altrettanto chiara, del capitolo sulla « Maniera di cooperazione » e dell'articolo sulla « carità verso i fanciulli pericolanti » contenuto nel testo stampato del 1875: « ... Si può cooperare colla preghiera o col somministrar mezzi materiali dove ne fosse mestieri. I fedeli primitivi portavano le loro sostanze ai piedi dagli Apostoli, affinché se ne servissero a favore delle vedove, degli orfani e per altri gravi bisogni »62  II capitolo rimase immu­tato. 63 Ci se ne deve rammaricare? In ogni caso un albero – e la storia dei Cooperatori ci assicura che la beneficienza fu per loro un grosso albero - non dovrebbe nasconderci la foresta. Il campo della cooperazione salesiana aveva, per Don Bosco, tutta l'ampiezza che aveva assegnato alla sua società religiosa. Una sana riflessione sulla missione del cooperatore dovrà partire da tale premessa.

 

 

55 Art. 1, corrispondente all'art. 1 delle costituzioni salesiane.

56 Art. 2, corrispondente agli art. 3 e 4 delle costituzioni salesiane.

57 Art. 3, corrispondente all'art. 5 delle costituzioni salesiane.

58 Art. 4, corrispondente all'art. 6 delle costituzioni salesiane.

59 Art. 5, corrispondente all'art. 7 delle costituzioni salesiane.

60Unione Cristiana, Torino 1874, § 3, Introd. La formula definitiva sarà: « Ai Cooperatori Salesiani si propone la stessa messe della Congregazione di s. Francesco di Sales cui intendono associarsi » (Cooperatori Salesiani..., Albenga 1876, § IV, Introd.).

61  Associazione nel bene operare: Alla vista..., fol. autogr. di Don Bosco. ACS 133, Cooperatori, 1 (1).

62 Associazione di opere buone, Torino 1876, § IV, art. 4.

63 Cfr Cooperatori Salesiani..., Albenga 1876, § IV.

 

 

La spiritualità dell'associazione

Lo sviluppo dei testi ci informa anche sull'ascetica o, se si vuole, sulla spiritualità degli associati salesiani. È vero che Don Bosco non si dilungò a esporre lo spirito salesiano nel suo regolamento. Ma i principi generali trovavano anche qui la loro applicazione: come la loro missione era quella dei loro fratelli religiosi, così anche la spiritualità era quella dei medesimi. L'intero movimento dei testi successivi ce lo assicura. E poi la formula del testo definitivo è sufficientemente chiara: « ... affinché la loro vita si possa in qualche modo assimilare a quella di chi vive in comunità religiosa, loro si raccomanda la modestia negli abiti, la frugalità della mensa... ».64 L'enumerazione delle virtù raccomandate non subì variazioni dopo il testo del 1873: « Non vi sono penitenze esteriori (depennato: speciali), ma ogni associato deve distinguersi dagli altri cristiani colla modestia nel vestirsi, nella frugalità (prima redazione: temperanza) della mensa, nel suppellettile domestico, nella castigatezza dei discorsi e nell'esatto adempimento dei propri doveri ».65 Ci lascia, però, solamente un po' perplessi sulle sue origini. Sembra che Don Bosco, con lo spirito rivolto ai suoi religiosi, abbia pensato ai loro voti e virtù di povertà e di castità e insieme ai loro doveri di stato. Alla castità corrispondeva « la modestia negli abiti » e la « castigatezza nei discorsi »; alla povertà, che Don Bosco accostava al distacco dal superfluo, « la frugalità nella mensa, la semplicità nel suppellettile domestico ». L'accenno finale: « .., adoperandosi che le persone dipendenti osservino e santifichino il giorno festivo »66 è del 1875, anno in cui, come si ricorderà, i benefattori vennero integrati nel gruppo dei  Cooperatori.

Questa spiritualità poggiava su alcune pratiche, vicine anch'esse alle pratiche salesiane: un Pater e un'Ave ogni giorno, confessione e comunione frequente, esercizio mensile della buona morte e annuale ritiro spirituale. 67

È bene confrontare gli « obblighi particolari » e i « vantaggi » corrispondenti ai rispettivi capitoli delle versioni del 1874, 1875 e 1876. La fraternità salesiana, implicata nei legami di unione con i religiosi, si manifestava in diverse occasioni, e in modo particolare quando si facevano delle collette per sostenere le « opere promosse dall'Associazione ».68  I testi successivi e il contesto dell'ultimo documento ci assicurano, senza possibilità di equivoci, che detta « associazione » era quella dei Cooperatori; ma le opere da essa sostenute, potevano essere quelle della stessa Congregazione salesiana. I vantaggi consistevano essenzialmente nella partecipazione spirituale a tutte le preghiere, a tutti gli esercizi e a tutte le indulgenze dei Salesiani religiosi, ad eccezione di quelli connessi con la vita comune. Un'analoga partecipazione era garan­tita ai membri dei terz'ordini antichi rispetto al loro Ordine principale. 69 Don Bosco, aiutato da Don Gioachino Berto, specialista nulla questione dei favori spirituali, si interessò parecchio alle indulgenze dei Cooperatori salesiani. La loro lista, compilata prima a parte, venne invece riprodotta nel fascicolo del Regolamento a partire dall'edizione d'Albenga del 1876. 70

Questa spiritualità era semplice. I cristiani un po' fervorosi d’Italia, di Francia, di Spagna, della Germania e del Belgio della fine del secolo decimonono non avevano certo l'impressione di aggiungere qualcosa alle loro abitudini quando accettavano di divenire Cooperatori. Tuttavia essa allontanava dalla nuova associazione i non credenti, gli indifferenti e gli stessi praticanti occasionali. Assicurava, invece, a cristiani attivi e senza complessi, come Dona Chopitea a Barcellona, un nutrimento spirituale di buona qualità.

 

 

64 Ivi, a. 1.

65 Associati alla Congregazionc di S. Francesco di Sales, § Regole per gli associati salesiani, art. 2.

66 Associazione di opere buone, Torino 1875, § VIII, art. 1; unica aggiunta posteriore: « ...(dipendenti) da loro », in Cooperatori Salesiani..., Albenga 1876, § VIII, art. 1.

67 Cfr Cooperatori Salesiani.... Albenga 1876, § VIII, art. 2, 3, 4.

68 Ivi, § VI, art. 3.

69 E specificamente per il terz'ordine di san Francesco d'Assisi.

70 Nella prima edizione torinese dello stesso anno, si leggeva ancora la frase destinata ben presto a scomparire: «Di ogni casa si spedirà un elenco a parte» (Cooperatori Salesiani..., Torino 1876, § VII, art, 1).

 

 

L'organizzazione dell'associazione

 

In materia d'organizzazione, i testi successivi ci svelano le esitazioni di Don Bosco su alcuni punti e la sua fermezza su alcuni altri. Fu tentennante circa la costituzione di gruppi e la designazione dei loro responsabili. Nei testi Unione Cristiana (1874) e Associazione di opere buone (1875), erano previsti dei decurioni per i gruppi di dieci associati e dei prefetti per le serie di dieci gruppi.71  Nel testo Cooperatori Salesiani (1876) vennero mantenuti solo i decurioni. Altri aspetti facevano problema: la periodicità del bollettino di collegamento, prima annuale, poi mensile, infine trimestrale o più frequente, e quella delle riunioni dei gruppi costituiti, non determinata nel 1874, mensile nel 1875, due volte all'anno nel 1876. Non si attribuirà poi troppo peso all'articolo tardivo sulla «assoluta dipendenza» dei Cooperatori dalla gerarchia « in tutte le cose che si riferiscono alla religione ».72  A nostro avviso, le difficoltà incontrate da Don Bosco con la curia torinese ne offrivano dei motivi più che sufficienti. Di conseguenza, non si cederà alla tentazione di maggiorare l'importanza della dichiarazione analoga, e tanto spesso citata, di Don Bosco a Don Lemoyne del 1884: « Il vero scopo diretto dei Cooperatori non è quello di coadiuvare i Salesiani, ma di coadiuvare la Chiesa, i Vescovi, i parroci, sotto 1a direzione dei Salesiani... Soccorrere i Salesiani non è che aiutare una delle tante opere che si trovano nella Chiesa cattolica ».73  Rimaneva vero, ma come per i Salesiani.

In compenso, Don Bosco fu fermo, dall'inizio alla fine, sulla personalità del capo dell'associazione e sul mantenimento dell'in­formazione tra lui e gli associati. Già nel primo testo appariva la formula che non trova analogo riscontro nell'Ordine della Penitenza, il modello degli antichi terz'ordini: « II Rettore della Congregazione salesiana è il Superiore dell'associazione ».74  Non sarebbe, per così dire, più cambiata. « I1 Superiore della Congre­gazione Salesiana è anche il Superiore di quest'Associazione », leggiamo nel testo del 1876.75  Le iscrizioni fatte per interessamento dei direttori locali d'opere salesiane, sarebbero sempre state comunicate alla sede centrale.76 Abitudini di una società che viveva secondo modelli centralizzati? È da vedere! Un intervento di Don Bosco al capitolo generale del 1877 ci informa subito quanto tale questione l'avesse preoccupato:« D'altronde poi, continuò Don Bosco (secondo l'autore del verbale della riunione del 7 settembre sul lavoro imposto agli amministratori torinesi del Bollettino salesiano), io avrei subito trovato il mezzo che non desse tanto lavoro; ma allora non avrebbe più corrisposto allo scopo questa associazione (sic). Il mezzo era facile, lasciare molti centri, che ciascuno faccia da sé, affratelli e cancelli gli affratellati. I terziari Francescani sono così. Ogni casa di Francescani può affigliare chi vuole e il numero in questo modo resta anche sempre molto grande; ma proprio il più grande sforzo che io abbia fatto per questi cooperatori fu appunto trovare il modo di rendere tutti uniti col capo e il capo possa far pervenire i suoi pensieri a tutti... ».77

L’ultima parte di questa citazione ci fa passare al secondo elemento stabile di questa serie di testi successivi. Don Bosco ci teneva che il superiore potesse assicurare lui stesso l'informazione dei suoi associati. Scriveva nel 1873: « Una volta l'anno il Supe­riore darà notizia: 1. di coloro che fossero passati a miglior vita nel corso di quell'anno; 2. delle cose che sembrerebbero più urgenti a farsi per la maggior gloria di Dio nell'anno seguente ».78  Nel 1876 continuava ad affermare: « Ogni tre mesi ed anche più sovente con un bollettino o foglietto a stampa si darà ai soci un ragguaglio delle cose proposte, fatte o che si propongono a farsi. Sul fine poi di ogni anno ai soci saranno comunicate le opere che nel corso dell'anno successivo sembrano doversi di preferenza promuovere, e nel tempo stesso si darà notizia di quelli, i quali nell'anno decorso fossero chiamati alla vita eterna, i quali verranno raccomandati alle comuni preghiere».79 Siamo qui alle origini del ­Bollettino Salesiano, organo d'informazione dei Cooperatori, che Don Bosco ci teneva a conservare nelle mani del superiore generale.

Del resto egli voleva delle relazioni regolari e facili tra tutti i Cooperatori, come « altrettanti fratelli in G. C. ». La seguente formula felice - comparsa solo nel 1876 - in diversi elementi era stata preparata da precedenti edizioni: « I membri della Congregazione Salesiana considerano tutti i Cooperatori come altrettanti fratelli in G. C. e a loro s'indirizzeranno ogni qualvolta l'opera di essi può giovare alla maggior gloria di Dio e a vantaggio delle anime. Colla medesima libertà, essendone il caso, i Cooperatori si rivolgeranno ai membri della Congregazione Salesiana. Quindi tutti i soci, come tutti i figli del nostro Padre Celeste, tutti fratelli in G. C., coi mezzi materiali loro propri, o con beneficenze raccolte presso a persone caritatevoli, faranno quanto possono per promuovere e sostenere le opere dell'Associazione»80

Resta un ultimo punto organizzativo in cui il pensiero di Don Bosco non ha segnato un'evoluzione tra il 1873 e il 1876, anzi è rimasto sempre costante. II capitolo Esterni delle costituzioni salesiane parlava di una « promessa al Rettore ». Tra il testo Associati alla Congregazione di S. Francesco di Sales e la prima edizione del documento Cooperatori Salesiani, l'associato doveva firmare detta promessa e garantire la sua intenzione di fedeltà mediante una formula d'accettazione, richiesta in qualche maniera per la validità dell'iscrizione. A dire il vero, nel 1873 dava semplicemente « il proprio nome, cognome, condizione, luogo di di­mora e patria al direttore dell'Associazione (da notare che non si parlava di Superiore), che è il Rettore della chiesa di Maria A. in Torino... ».81  Se 1'accettazione era chiaramente stabilita, i suoi contorni invece rimanevano piuttosto problematici. A partire dal 1874 una vera e propria Formula d'accettazione figurava all'ultima pagina del fascicolo. In tale anno era così concepita: « I1 Sottoscritto ha letto le regole dell'Associazione Salesiana e di buon grado alla medesima si ascrive sia pel bene dell'anima propria, sia per associarsi ad altri a fine di procurare al prossimo que' vantaggi spirituali e temporali, che sono compatibili colla sua condizione. Torino, il ... del mese di ... 187... Nome, Cognome».82 II senso dell'associazione era molto esplicito. Lo era fin troppo a giudizio di alcuni candidati? Nel 1875 (anno dell'entrata in forza della beneficenza nel capitolo riguardante i modi di cooperare!) la formula venne semplificata. Ma l'essenziale rimase: « Ogni associato riempirà la scheda seguente, e dopo averla firmata la farà pervenire al Superiore: il sottoscritto abitante in ... Via ... Casa ... ho letto le regole dell'associazione Salesiana e colla divina grazia spero di osservarle fedelmente a vantaggio dell'anima mia. Torino (oppure) N.N. Nome, cognome, qualità ».83  Il primo testo del 1876 riprendeva queste frasi. L'impegno degli associati o Cooperatori dall'epoca era reale, fondato e personalizzato. Poi, tutto d'un tratto cambiò bruscamente. Nelle ultime edizioni del 1876 (un'edizione italiana e un'edizione francese pubblicata a Torino) una Dichiarazione di accettazione firmata dal Superiore o dal suo delegato prese definitivamente il posto della formula d'accettazione firmata dal candidato. C'era un mondo tra la Formula e la Dichiarazione. Il cooperatore incominciava a ricevere un libretto che terminava così: « Il sottoscritto dichiara che nel giorno ... del mese di ... 187... fu annoverato tra i Cooperatori Salesiani ...1... Signor ... ... ... Quale per conseguenza in avvenire potrà godere di tutti i favori, di tutte le indulgenze e grazie spirituali concesse dal Sommo Pontefice a coloro che fanno parte di questa associazione e ne osservano le regole. Si scriva la data del luogo notando se colui che accetta è superiore o delegato ».84 Le iscrizioni erano così facilitate; il grande numero di Cooperatori salesiani del tempo di Don Bosco e di Don Rua si spiega con questo sistema sbrigativo. Costituì un progresso? Non vi era alcuna contraddizione tra il motivo fondamentale dell'associazione, che era elevato ed esigente, e il metodo di aggregazione ormai istituzionalizzato?

 

71 Unione Cristiana, § art. 4; Associazione di opere buone, § V, art. 5.

72 Cooperatori Salesiani..., Albenga 1876, § V, art. 2.

73 L'originale in ACS fondo G.B.LEMOYNE, quaderno Ricordi di Gabinetto, p.58 (19 febbraio 1884). Cfr MBXVII,25.

74 Associati alla Congregazione di S. Francesco di Sales, § Regole per gli associati salesiani, art.9.

75 Cooperatori Salesiani..., Albenga 1876, § V, art. 3.

76 Cfr Ivi,§ V, art. 4.

77 Capitolo Generale, nei quaderni Barberis, ACS, 046, I, p. 50; cfr MB XIII, 263.

78 Associati alla Congregazione di S. Francesco di Sales, § Regole per gli associati salesiani, art.11.

79 Cooperatori salesiani.... Albenga 1876, § V, art. 7.

80 Ivi, § VI, art. 1, 2.

81 Associati alla Congregazione dì S. Francesco di Sales, § Regole per gli associati salesiani, art. 6.

82 Unione Cristiana, finale.

83 Associazione di opere buone, Torino 1875, p. 14.

84 Cooperatori Salesiani.... Torino 1877, p. 39.

 

 

Conclusione

 

Questo rilievo piuttosto melanconico non ci deve far dimenticare tutto quello che una lettura comparata dei documenti sugli associati salesiani, scritti e pubblicati tra il 1873 e il 1876, possono oggi insegnarci. Le « regole » di coloro che sarebbero diventati i Cooperatori salesiani furono scritte, riprese, rimaneggiate, corrette e trasformate molto di più di quanto possa credere il lettore delle pagine bonarie del documento del 1876. Attraverso i testi, le intenzioni del fondatore si sono affermate e vennero sfumate assai di più di quanto si potesse sperare. Non si trattò solo di ritocchi letterari. All'esame, le linee madri apparvero ben presto in una migliore luce; riguardavano le ragioni dell'associazione, la loro collocazione scalare, le modalità di partecipazione, le caratteristiche principali della spiritualità e delle strutture organizzative. Nella sua voluta semplicità, il progetto di Don Bosco non mancava di una sua impronta. Determinava in maniera sufficiente le motivazioni obiettive, la missione e la mistica del cooperatore ideale. Formulava sulla cooperazione salesiana dei principi destinati a rimanere immutabili. La facilità con cui Don Bosco trasportò, modificò e soppresse certi articoli ci illuminano anche sulla relatività di determinate forme di cooperazione e su alcune strutture dell'Unione. Le Regole dei Cooperatori salesiani degli anni 1873-1876 furono un corpo vivente, dai tratti simultaneamente permanenti e cangianti.

 

 

 

DISCUSSIONE

 

Questioni di ordine generale

 

Uno dei gruppi di studio si era chiesto se « l'esposizione del pensiero di Don Bosco fatta dal relatore coincideva con i risultati della ricerca di  Don Stella ed, eventualmente, entro quali limiti si differenziava ». Il relatore, così interpellato, schivò la questione, senza dubbio perché poco incline a mettere a confronto, in poche frasi due descrizioni entrambi sfumate. «Le relazioni storiche sono particolari - disse -. Gli storici sono una casta. A mio giudizio Don Stella, nel suo lavoro Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, ha fatto uno studio, il cui oggetto è più ampio del mio. Ovviamente nel mio testo ci sono pure delle precisazioni che non si trovano nel libro di Don Stella ».

Un altro gruppo si era interrogato sulla differenza tra i1 « progetto che Don Bosco aveva dei Cooperatori e la sua attuazione pratica. La prassi non aveva svuotato la sua teoria?». Altri ancora si era chiesto:  « In questa teoria non c'era forse stata una evoluzione? ». Il conferenziere rispose:« Che ci sia stata una differenza tra il pensiero di don Bosco e l'attuazione di tale pensiero da parte dei Salesiani e dei Cooperatori, mi pare evidente. Come è evidente che c'è una differenza tra il progetto del Capitolo Generale dei Salesiani e la vita concreta dei religiosi salesiani. Ci sarà sempre un divario tra la teoria e la pratica umana. Ma con questo non si vuol dire che, per quanto riguarda i Cooperatori, la teoria sia stata svuotata dalla pratica. A mio avviso, Don Bosco non ha cambiato, col passare del tempo, dopo il 1876. Lo si può verificare leggendo i suoi discorsi ai Coopera1i. Non è il caso di entrare qui nei dettagli; da parte mia questo è una certezza».

Ma la storia non dovrebbe considerare di preferenza la prassi piuttosto che la teria? Durante la discussione uno storico osservò: « Anche qui, si tratta di una teoria e di una prassi. Direi che la prassi non è sempre stata conforme alla teoria di Don Bosco e di Don Rua. Ma, stando a quanto si può ricostruire a proposito di Barcellona (Sarrià o Rocafort), ciò che i Salesiani hanno fatto era ritenuto ben fatto. Don Bosco e Don Rua si mostrarono d’accordo su ciò che si faceva. Benedissero le iniziative. Forse però non tutto ciò che veniva fatto era pienamente conforme alle loro idee. Siamo nel dominio della storia e dobbiamo essere sensibili alla prassi. Don Bosco e Don Rua accettarono molte cose sulle quali non avevano detto nulla». «E’ vero - osservò il relatore -. Ad ogni modo esiste una storia delle teorie e una storia delle prassi. L'una e l'altra sono legittime. Certo, non ci si può accontentare di testi teorici. Credo che lo studio del Bollettino salesiano ci consentirebbe di vedere come gli enunciati teorici siano stati poi applicati alla pratica. Si era programmato per il nostro colloquio uno studio parziale di questo tipo: analisi della spiritualità del cooperatore attraverso una serie di fascicoli del Bollettino prima della guerra mondiale 1914 ­ 1918. Ma l'autore interpellato (un sociologo) che si era detto d'accordo in linea di principio, non poté poi affrontare lo studio indicato».

« Identità del singolo o identità dell'associazione dei Cooperatori? ». « Avremmo voluto sapere che cosa Don Bosco pensava del cooperatore e non solamente dell'associazione dei Cooperatori, domandò con insistenza uno dei delegati nazionali presenti. L'esposto si limita a parlare dell'associazio­ne; ma era necessario fare uno studio a parte sul cooperatore preso singolarmente. Sovente ci viene chiesto chi è un cooperatore, e ci torna difficile rispondere ». Sul momento non venne data al richiedente una risposta soddisfacente. Un tentativo di soluzione parziale si trovava nella stessa relazione; altri tentativi complementari si sarebbero aggiunti nel corso delle sedute.

Con i Salesiani o sotto i Salesiani?

Oltre questi problemi di indole generale, altri di natura più particolare erano stati affrontati nei gruppi di lavoro. Riapparvero in assemblea generale.

« In che modo Don Bosco formò i suoi Cooperatori? », « Don Bosco cercò di dare una formazione ai Cooperatori mediante 1e sue conferenze e le sue circolari, pubblicate sul Bollettino Salesiano. Torna sempre difficile riunire delle persone o raggiungerle quando sono sparse in numerosi paesi: Italia, Francia, Belgio, Spagna. Don Bosco viaggiò e si servì del Bollettino ». Questo, in breve, il parere del conferenziere.

« Con i Salesiani o sotto i Salesiani? ». Il relatore abbozzò così una prima risposta: « I Cooperatori lavorarono più con i Salesiani che sotto i Salesiani. Ma è vero che Don Bosco ha voluto che la Congregazione salesiana fosse il "vincolo di unione" dei Cooperatori. Ha voluto costantemente e con forza che il superiore di questi ultimi fosse il superiore della Con­gregazione salesiana propriamente detta; e i1 primo Capitolo generale dei Salesiani ritornò su questo punto per riaffermare 1a sostanza. Credo di riflettere in questo una realtà storica, di cui non discuto la fondatezza ». Un ispettore ritornò tosto sull'interrogativo: « Vorrei ribadire la domanda del gruppo terzo: Cooperatori sotto i Salesiani o con i Salesiani? Vorrei sapere ciò che ci dice la storia. Oggi rimarchiamo con lo stesso vigore che i Cooperatori lavorano con i Salesiani e che Don Ricceri è il loro Superiore. Vi è qui una specie di contraddizione. Sarei curioso di sapere, dal punto di vista storico, se al tempo di Don Bosco si diceva che i Cooperatori lavorano sotto i Salesiani o con i Salesiani ». « Be' - replicò il conferenziere -, non ricordo le frasi con cui al tempo di Don Bosco si esprimeva quanto mi si chiede. Una cosa è certa, per Don Bosco i Cooperatori consideravano i Salesiani come fratelli, e i Salesiani erano fratelli dei Cooperatori. La loro situazione reciproca era definita appunto in tali termini. D'altra parte, nella corrispondenza che ho studiato (la documentazione comprende non solo il Bollettino, ma anche la corrispondenza dei Cooperatori con Don Bosco...), ho incontrato il caso significativo di una cooperatrice belga la quale, per "cooperare", aveva aperto delle scuole nella regione. Per far questo non aveva chiesto il permesso di Don Bosco. Non si trattava di scuole salesiane, ma di scuole elementari libere. Era convinta che il suo lavoro era quello di una cooperatrice. Ma non era certo un atto compiuto dietro gli ordini dei Salesiani, bensì un'associazione alla loro missione ». « Mi pare che la men­talità attuale sarebbe contraria a una tale dipendenza, continuò l'ispettore. Inoltre il capo spirituale mistico, non può avere 1a stessa autorità sul reli­gioso salesiano o sul cooperatore ».

Un convegnista italiano tentò di precisare quest'ultimo punto. « Per me, Ia cosa è del tutto pacifica. C'è differenza tra il superiore di persone che hanno fatto dei voti, e il superiore di persone che vivono nel mondo. I Cooperatori sono stati costantemente chiamati "Salesiani nel mondo" (questa formula sarebbe stata ripresa e controversa più volte durante il colloquio). Ma non sono Salesiani nello stesso senso dei membri della Congregazione. Gli uni hanno dei doveri stretti; gli altri non li hanno allo stesso titolo. Per i Cooperatori, il superiore è là per mantenere lo spirito, per promuovere l'unione di spirito. Chi è iscritto tra i Cooperatori salesiani e si comporta con grande libertà, questi è un vero cooperatore, perché, evidentemente, da una parte mantiene il vincolo di unione con la Congregazione a, dall'altra, vive lo spirito salesiano nel mondo».

Inetervenne a questo punto il delegato nazionale preoccupato della distinzione tra cooperatore singolo e associazione dei Cooperatori. « Anche qui - ci troviamo di fronte alla stessa difficoltà segnalata più sopra: si deve distinguere se si tratta del cooperatore individuo o dell'associazione dei Cooperatori. A mio avviso, Don Bosco non ha mai pensato che il singolo cooperatore dovesse essere inviato tramite una specie di comando; egli lasciava piena libertà di movimento, come nel caso della cooperatrice belga , a cui si è accennato. Ma si tratta di sapere se, invece, l'associazione come tale lavorava sotto oppure con Don Bosco. Le due fattispecie vanno distinte. Sarebbe utile studiare quest'ultimo punto per sapere se l'associazione come tale dipendeva da Don Bosco, se riceveva da lui degli ordini... ». Il relatore abbozzò una risposta: « Posso per loro meno dire - e la cosa è accertata – che alcuni cooperatori in qualche caso prepararono la venuta dei Salesiani e che in questo modo, l'associazione realizzò un lavoro di gruppo ». « Ciò avvenne sotto la direzione di Don Bosco? ». « Sì!». « Lei non risponde alla domanda, replicò un partecipante. Sappiamo tutti che a Barcellona, Dona Chopitea preparò la venuta dei Salesiani... ». « So molto bene - osservò il conferenziere - che ci sono differenti maniere di comprendere la dipendenza e l'obbedienza. La maniera salesiana è particolarmente duttile. Per esempio, dei Salesiani dell'America latina intrapresero alcune iniziative e solo successivamente ne informarono i loro superiori. Allo stesso modo si comportarono alcuni Cooperatori con Don Bosco a Torino; è in questo modo che, sotto la direzione generale di Don Bosco, hanno fatto progredire l'opera salesiana sia dei Cooperatori sia della Congregazione ». Per il momento ci si fermò a questa risposta approssimativa.

Ma la discussione aveva sollevato, di passaggio, altri due interrogativi. Il primo venne risolto in un telegrafico dialogo. Un cooperatore svizzero: « Avete sottolineato il fatto che i Cooperatori erano "fratelli dei Salesiani". Domando: Ora chi sono? ». Il relatore: « Rispondo: Oggi i Cooperatori sono i fratelli dei Salesiani di Don Bosco. A mio parere, si dovrebbe dire che tutti sono "Salesiani": i religiosi, le religiose, i Cooperatori, le Volontarie. In questa maniera dovrebbero essere tutti considerati fratelli ». Il cooperatore svizzero: « Aah! », Il secondo interrogativo era stato avanzato da un partecipante tedesco: « Mi domando perché continuiamo a usare termini equivoci che non corrispondono alla realtà e possono ingenerare parecchia confusione. Per noi, i "Salesiani nel mondo" sono i religiosi salesiani che hanno lasciato la Congregazione. Certo, Don Bosco ha usato l'espressione. Ma non possiamo continuare a usare vocaboli che non corrispondono alla realtà ». Questa volta il relatore si contentò di pregare l'obiettore di avere pazienza, perché il problema sarebbe stato ripreso nei giorni successivi.

 

 

La tessera

 

I1 paragrafo della relazione dedicato alla « tessera » dei Cooperatori aveva attirato l'attenzione di due gruppi di lavoro. « La trasformazione del­la sua formulazione era in disaccordo con il progetto di Don Bosco? », chie­se un gruppo. Il conferenziere rispose: « Secondo i responsabili, al tempo di Don Bosco, il fatto che i Cooperatori non fossero più obbligati a firmare la loro formula di entrata nell'associazione era un "progresso", e per questo ne avevano chiesto il cambiamento. Di fatto, nel giro di poco tempo, si registrò un notevole progresso nell'organizzazione, perché il numero dei Cooperatori aumentò considerevolmente. Ma il progresso quantitativo accompagnò anche un progresso qualitativo? Come voi stessi potete rendervene conto rileggendo la domanda che ho posto nel mio studio, io credo di no ».

« Si possono trovare delle spiegazioni per tale trasformazione? », chiese un partecipante qualificato. « Non ho trovato delle spiegazioni in scritti con­temporanei », rispose il conferenziere. « E altre? - replicò il partecipante -. Si dovrebbe tentare di spiegare la cosa perché appare per lo meno strana: c'è quasi una contraddizione nel fatto di aver prima proposto ai Cooperatori un impegno tanto chiaro, una ricerca personale della santità, un servizio ai giovani e, poi, l'aver distribuito un po' a chiunque la tes­sera di cooperatore ». « A mio parere - spiegò il relatore - esistevano all'epoca parecchie persone che non avevano firmato la tessera e ciò nonostante si sentivano Cooperatori! ».

II secondo gruppo che si era preoccupato del problema aveva tentato di elaborare una propria soluzione:« Come spiegare che Don Bosco, il quale aveva delle esigenze precise per i suoi Cooperatori, abbia poi distribuito la tessera di cooperatore con tanta facilità, anche a semplici benefattori? Questo fatto è un po' inquietante, anche perché a prima vista pare abbia indotto a svisare il concetto giusto di cooperatore. Due tentativi sono stati dati: 1) Don Bosco iscriveva i benefattori tra i Cooperatori per farli partecipare in cambio, ai vantaggi spirituali dell'associazione dei Cooperatori; 2) uomo realista, Don Bosco accettava dei Cooperatori impegnati solo in modo molto semplice, ma sperava di poterli poi trasformare in Cooperatori sempre più convinti e attivi. Forse, però, dopo di lui questo lavoro di trasformazione e di maturazione venne trascurato o dimenticato».