Dalla Rivista “Palestra del Clero” – L’ora dei laici - anno 66 – n. 11-12 (1-15 giugno 1987)

S. Giovanni Bosco e l'apostolato dei laici

TIBURZIO Lupo S.D.B.

 

Il decreto sull'apostolato dei laici «Apostolicam Actuositatem» del concilio Vaticano II così presenta l'urgenza di tale apostolato oggi:

«Il Sacro Concilio, volendo rendere più intensa l'attività apostolica del Popolo di Dio, con viva premura si rivolge ai fedeli laici, dei quali già altrove ha ricordato la parte propria e assolutamente necessaria che essi hanno nella missione della Chiesa... Tale apostolato si è reso tanto più urgente in quanto l'autonomia di molti settori della vita umana si è, com'è giusto, assai accresciuta; ma talora ciò è avvenuto con un certo distacco dall’ordine etico e religioso e con grave pericolo della vita cristiana. Inoltre in molte regioni, in cui i sacerdoti sono assai pochi, oppure, come talvolta avviene, vengono privati della dovuta libertà di ministero, senza l'opera dei laici la Chiesa a stento potrebbe essere presente e operante» (Proemio).

Prima che, sotto il pontificato del papa Pio IX, sorgesse - ad opera di Giovanni Acquaderni e di Mario Fani - l'organizzazione ufficiale dell’Azione Cattolica, ebbero inizio qua e là in Italia delle libere associazioni di laici con intento apostolico. Il Piemonte ebbe la sua parte con la cosiddetta Amicizia Cattolica, ispirata dal p. gesuita Diessbach e attuata dal beato Pio Brunone Lanteri (1759-1830) per controbattere le mene della massoneria e combattere il giansenismo e il gallicanesimo che dalla Francia si erano infiltrate nella regione subalpina.

Lo seguì s. Giovanni Bosco (1815-1888) con la Pia Unione dei Cooperatori salesiani mentre il suo contemporaneo s. Leonardo Murialdo (1828-1900) dava vita alle Unioni Operaie Cattoliche e al settimanale cattolico «La voce dell'Operaio». Altre minori iniziative apostoliche della capitale subalpina sorsero per opera dei servi di Dio Francesco Faà di Bruno (1825-1888), Paolo Pio Perazzo, «il ferroviere santo» (1846-1911) e fratel Teodoreto delle Scuole Cristiane (1871-i954).

 

I Cooperatori salesiani

«Apostolo nato e suscitatore di apostoli, Don Bosco divinò, or è un secolo, con l'intuizione del genio e della santità, quella che doveva essere più tardi nel mondo cattolico la mobilitazione del laicato contro l'azione del mondo nemico della Chiesa». Così disse Pio XII il 12 settembre 1952 ai Cooperatori Salesiani convenuti a Roma da tutte le parti del mondo per celebrare il 75° della loro associazione, la terza famiglia spirituale di s. Giovanni Bosco 1.

Fu la necessità di trovare appoggi per l'Opera degli Oratori festivi da lui iniziati in Torino che spinse Don Bosco a cercare di unire tra di loro in un'associazione cattolica laici di buona reputazione e di fede inconcussa. «Fin da principio - egli scrisse - nostri benefattori furono un certo Gagliardi, chincagliere, il quale, non possedendo denaro sufficiente da versare in elemosina, veniva all'Oratorio per l'assistenza dei giovani e cercava di interessare altre persone in nostro favore; il signor Montuardi che per circa due anni dava al teol. Borel una quota mensile di trenta lire; e il generoso ricco banchiere comm. Cotta. Questi ed alcuni altri signori si impegnavano anche per trovare buoni padroni a quei fanciulli che non sapevano ove andare a lavoro».

Il primo e più fedele cooperatore di Don Bosco fu iI teol. Giovanni Borel con altri degni ecclesiastici e varie personalità laiche, tra cui il marchese Gustavo di Cavour e suo fratello Camillo, divenuto poi il celebre statista e il conte Carlo Cays, deputato al Parlamento Subalpino, divenuto poi sacerdote salesiano all'età di 50 anni. «Era proprio la Divina Provvidenza che li mandava, e per mezzo loro il bene andò moltiplicandosi, Questi primi Cooperatori Salesiani, sia ecclesiastici che secolari, non guardavano a disagi e a fatiche, ma vedendo come molti giovani discoli si riducessero nella via della virtù, sacrificavano se stessi per la salvezza degli  altri. Molti io ne vidi lasciare ogni comodità delle loro case e venire, non solo tutte le domeniche, ma anche tutti i giorni della quaresima e ad un'ora che li disagiava moltissimo, ma che era più comoda per i ragazzi, a fare il catechismo».

Insieme coi Cooperatori erano comparse all'Oratorio di Valdocco anche le Cooperatrici. Queste pie donne si erano raggruppate intorno a mamma Margherita, la mamma di Don Bosco. Prima fra tutte la signora Margherita Gastaldi, madre del can. Lorenzo Gastaldi, e con essa la marchesa Fassati; poi un'altra illustre dama di corte ed altre ancora, le quali non isdegnavano di associarsi all'umile contadina dei Becchi e rammendare stracci nella sua povera stanzetta. «Egli – scrive d. Lemoyne -  sin dai promordi dell’Oratorio aveva intiero nella mente il programma ­delle opere che da lui esigeva la Divina Bontà. Ponderava – ciò che gli altri solo più tardi compresero – di quale aiuto poteva essere ai Vescovi e al Clero il laicato cattolico, quando fosse disciplinato in modo da concorrere alla difesa della società cristiana minacciata. Nello stesso tempo non gli  sfuggíva l'importanza di un’associazione che stringesse in comune accordo i suoi benefattori per il conseguimento dei suoi fini apostolici.­

 

Primi tentativi

 

Il primo documento che presenta un abbozzo di costituzione della Pia Unione dei Cooperatori Salesiani è del 17 novembre 1850. In esso si parla di una «Pia Unione provvisoria sotto l'invocazione di s. Francesco di Sales quale principio di un consorzio più grande, il quale, col contributo di tutti i soci e con quegli altri mezzi leciti, legali e coscienziosi che si potrà procurare, attenda a tutte quelle opere di beneficenza istruttiva, morale e materiale che si ravviseranno più adatte e speditive ad impedire all'empie­tà di fare ulteriori progressi e, se è possibile, sradicarla dove già si fosse radicata». Raccomandava poi oculatezza per non introdurvi «fratelli di equivoca cattolicità o di uno zelo esagerato» (M.B. IV, 172-174).

Nelle Costituzioni della Società Salesiana da lui fondata nel 1859 Don Bosco aveva incluso un capitolo sui «Salesiani esterni», i quali, pur vivendo nel mondo e in famiglia conducessero una vita genuinamente cristiana, ispirandosi alla spiritualità di s. Franesco di Sales e dedicandosi ad opere di carità soprattutto a bene della gioventù bisognosa material­mente e spiritualmente. Due furono da principio questi Salesiani esterni accettati nel 1861: don Ciattino Giovanni, parroco di Maretto d'Asti, e Tresso Antonio di Front (Torino). L'iniziativa però non andò avanti perché la Commissione Apostolica di Roma, incaricata di rivedere e approvare tali Costituzioni, cassò varie volte il capitolo dei Salesiani esterni.

Il motivo ne fu perché si vietava ai Salesiani esterni di occuparsi dì politica. La Commissione infatti osservò: «Sebbene in generale paia che quest'articolo si potrebbe ammettere, in questi tempi alle volte avviene di ­dover, in coscienza, entrare in politica, poiché spesso le cose politiche ­sono inseparabili dalla Religione»2.

Don Bosco commentava: «E’ per la terza volta che quest'articolo si cancella, e noi in caso di utilità e di vera convenienza potremo trattarne; ma fuori di questi casi teniamoci sempre al principio generale di non intrigarci in cose politiche, e questo ci gioverà immensamente».

L'idea iniziale di Don Bosco era - diremo oggi - di farne un Istituto Secolare aggregato alla Congregazione Salesiana; ma i tempi non erano ancora maturi per tale forma di apostolato organizzato: Egli dovette perciò ripiegare sulla forma tradizionale dei Terz'Ordini, notando però che, mentre i Terz'Ordini Francescano e Domenicano miravano soprattut­to alla formazione spirituale degli aggregati, i suoi Cooperatori avevano inoltre il compito di collaborare col Clero locale e con i Salesiani per la preservazione dei giovani dal vizio e dall'immoralità.

Nel suo progetto primitivo la Pia Unione doveva comprendere solo uomini; alle donne avrebbero pensato le Figlie di Maria Ausiliatrice da lui pure fondate con la collaborazione di s. Maria Mazzarello; ma il papa Pio IX, il 15 aprile 1876, gli suggerì di farne una sola associazione, collaborando anche le suore all'incremento della Pia Unione. Per essa il Santo stese tre abbozzi di regolamento, sempre tenendo conto delle osservazioni che gli venivano da Roma o da altre parti. Scrive infatti il Favini: «Fin dal primo abbozzo appare chiaro in Don Bosco un disegno molto ampio di vera e propria Azione Cattolica alle dipendenze dei Vescovi e dei Parroci, dipendenze che nelle cose di religione voleva assoluta ed illimitata, come si legge nel comma 2° del capo V del terzo abbozzo. Quando vide la Gerarchia procedere decisamente all'organizza­zione della Gioventù di Azione Cattolica, con prospettive di estensione anche alle altre branche specializzate effettuata in seguito, Don Bosco legò la Pia Unione alla cooperazione «nella messe affidata dalla Divina Provvidenza ai Salesiani», infondendovi però la fiamma dell'apostolato universale, per spronare Cooperatori e Cooperatrici a collaborare coi Vescovi e coi Parroci nelle opere parrocchiali e diocesane. Questo spirito e questo senso di organizzazione fa di Don Bosco un pioniere dell'Azione Cattolica, e fa della Pia Unione - come ben dice il decreto «de tuto» per la sua canonizzazione - un notevole primo abbozzo di Azione Cattolica: Actionis Catholicae nobile rudimentum» (op. cit., p. 48).

Istituzione e organizzazione

 

Il papa Pio IX, con Breve del 9 maggio 1876, concedeva alla Pia Unione dei Cooperatori Salesiani vari favori spirituali, tra i quali tutte le indulgenze concesse ai Terziari Francescani. Ma l'arcivescovo di Torino mons. Gastaldi ne vietò la pubblicazione e chiese a Don Bosco dei chiarimenti. Questi glieli diede con apposito documento scritto, che l'arcivescovo non trovò sufficiente, poiché mancava un documento di erezione canonica della Pia Unione. Non disponendo di questo documento, perché la Pia Unione era stata, per così dire, smembrata dalla Società Salesiana e la stessa S. Sede lo riteneva implicito nel decreto di erezione della Congregazione Salesiana, di cui i Cooperatori facevano parte fino al 1874, Don Bosco si rivolse all'arcivescovo di Genova mons. Magnasco, il quale diede licenza di stampare il Breve Pontificio nella tipografia salesiana di Sampierdarena. Fu poi lo stesso mons. Magnasco che il 15 dicembre 1877 fece regolare erezione canonica della Pia Unione.

Superato l'ostacolo, il Santo pensò di fondare un organo di collegamento delle varie Unioni di Cooperatori che venivano sorgendo qua e là; iniziò così il Bollettino Salesiano, facendone uscire il primo numero nel settembre 1877 col titolo «Bibliofilo Cattolico o Bollettino Salesiano mensuale», trasformando cioè un precedente bollettino bibliografico con cui propagandava le sue Letture Cattoliche in organo dei Cooperatori Salesiani. Dall'anno seguente fino ad oggi il suo titolo venne semplificato in «Bollettino Salesiano», che oggi conta 39 edizioni nazionali in 18 lingue, con una tiratura annua complessiva di dieci milioni di copie3.

Il papa Pio IX volle che il suo nome comparisse in capo all'elenco dei Cooperatori Salesiani e così pure fece il suo successore Leone XIII, il quale, nell'udienza concessa a Don Bosco i19 maggio 1884, disse: «Sono il primo fra i Cooperatori. Chi è vostro nemico è nemico di Dio. Neppure voi conoscete l'estensione della vostra missione e il bene che essa deve portare in tutta la Chiesa. Voi avete la missione di far vedere al mondo che si può essere buon cattolico e nello stesso tempo buono ed onesto cittadino; che si può fare gran bene alla povera e abbandonata gioventù in tutti i tempi senza urtare con 1'andazzo della politica, ma conservandosi ognora buoni cattolici» (M.B. XVII, 99-103).

Don Bosco godeva particolarmente quando vedeva che si iscrivevano alla Pia Unione gli ex-allievi dei suoi Istituti. Ad essi, in un loro convegno del 1878 propose di costituire una Società di mutuo soccorso, ma con la riserva di iscrivervi soltanto ex-allievi di «onesta vita cristiana». Voleva cioè coerenza di fede e di vita; soggiungeva infatti: «Se qualcuno tenesse vita non conforme ai dettami della nostra santa Religione, non solo non faccia più parte di queste adunanze, ma nessuno di voi si associ con lui» (M.B. XIII, 759). Egli fece capire che Cooperatori ed Ex-Allievi facevano parte integrante della Famiglia Salesiana dicendo: «Col nome di Salesiano io intendo significare tutti coloro che furono educati con le massime di questo gran Santo [S. Francesco di Sales]. Quindi pur voi siete tutti Salesiani» (M.B. XVII, 177).

 

Programma dei Cooperatori salesiani

Il programma dei Cooperatori Don Bosco lo venne illustrando in varie conferenze fatte ad essi. Alle Cooperatrici di Torino nel 1879 disse: «Anzitutto fatevi uno studio di instillare in bel modo l'amore alla virtù e l'orrore al vizio nel cuore dei fanciulli e delle fanciulle delle vostre famiglie, vicini, parenti, conoscenti e amici... Quando aveste o sapeste che qualche famiglia ha giovanetti o giovanette da mettere in educazione o al lavoro, aprite bene gli occhi e fate, suggerite, consigliate, esortate a collocarli in collegi, educatorii, botteghe, laboratori dove con la scienza e con l'arte si insegna anche il timor di Dio e dove sono in fiore i buoni costumi. Fate penetrare nelle vostre case libri e fogli cattolici e, dopo di averli fatti leggere in famiglia, fateli correre nelle mani di quanti più potete, regalandoli come premio ai ragazzi e alle ragazze più assidui al catechismo».

A S. Benigno Canavese il 4 giugno 1880 dimostrò come il Cooperatore fedele al suo regolamento vive da religioso in mezzo al secolo e aggiunse: «Oggi si grida ai quattro venti: Lavoro - Istruzione - Umanità. Ebbene, grazie ai Cooperatori e alle Cooperatrici i Salesiani fanno appunto queste tre cose: aprono laboratori nelle città e organizzano colonie agricole nelle campagne per addestrare la gioventù al lavoro; fondano collegi maschili e femminili, scuole diurne, serali e festive, oratori domenicali per dirozzare le menti giovanili e arricchirle di utili cognizioni; a migliaia di orfani e abbandonati dischiudono ospizi, ed agli stessi popoli barbari recano i benefizi della civiltà... In altri tempi, quando la società viveva di fede, bastava unirsi nella pratica di pii esercizi; oggi invece, oltre al pregare, che non deve mancare mai, bisogna operare, intensamente operare; se no, si corre alla rovina» (M.B. XIV, 541).

A Tolone in Francia il 13 febbraio 1882 disse alle Cooperatrici: «Bisogna comprendere bene lo scopo della Pia Unione. 1 Cooperatori salesiani non debbono solamente raccogliere limosine per i nostri ospizi, ma anche adoperarsi con ogni mezzo possibile per cooperare alla salvezza dei loro fratelli e in particolar modo della gioventù. Cerchino pertanto di mandare i ragazzi a1 catechismo, aiutino personalmente i Parroci a farlo, preparino i fanciulli alla S. Comunione e vedano che abbiano anche gli abiti convenienti; diffondano buoni libri e si oppongano energicamente alla lettura della stampa irreligiosa e immorale. Tutto questo entra nel programma dei Cooperatori Salesiani».

Parlando con d. Lemoyne il 16 febbraio 1884 il Santo si compiaceva di mons. Callegari, vescovo di Padova, e diceva: «L'unico che finora intese le cose nel giusto senso è il vescovo di Padova, il quale disse chiaramente che non si deve aver gelosia dei Cooperatori Salesiani, poiché sono cosa della diocesi, e che tutti i parroci dovrebbero con i loro parrocchiani essere Cooperatori»  (M.B. XVII, 25).

Pio XI ricordava con compiacenza d'aver udito dalle stesse labbra di Don Bosco chiamare la Pia Unione dei Cooperatori la sua «longa manus» con cui voleva arrivare a tutte le anime da salvare, e nel decreto «de tuto» per la canonizzazione scrisse: «Né si deve passare sotto silenzio l'istituzio­ne dei Cooperatori, un'unione cioè di fedeli, in massima parte laici, che animati dallo spirito della Società Salesiana e al pari di essa pronti ad ogni opera di carità, hanno per iscopo di portare, secondo le circostanze, valido aiuto ai Parroci, ai Vescovi e allo stesso Romano Pontefice. L'associazione fu approvata da Pio IX e, vivo ancora il beato Giovanni, i Cooperatori toccarono gli ottantamila» (M.R. XIX, 242).

Papa Giovanni XXIII, accogliendo in solenne udienza nel cortile di S. Damaso oltre quattromila Cooperatori e Cooperatrici d'Italia il 31 maggio 1962 disse tra l'altro: «Oggi la terza Famiglia Salesiana è venuta a dar prova della sua vivacità, di cui amiamo rilevare due aspetti: l'amore di riconoscenza alla Congregazione fondata da s. Giovanni Bosco e l'onore reso a lui nel far rifulgere in ogni aspetto della vita cattolica - in parrocchia, in diocesi, negli ambienti di lavoro - gli esempi del Santo, che volle essere in tutto figlio devotissimo della Chiesa: ministro e apostolo del suo magistero in campo del dogma, dell'educazione morale, del servizio sociale... Avete accennato al Concilio. Non potevamo dubitare che anche voi pensate al grande avvenimento, pregate per esso e siete disposti a fare qualcosa, anche molto, quando si tratterà di eseguire quanto i Padri del Concilio avranno con noi deliberato».

Attualità della Pia Unione

Il 24 maggio 1886 il Rettor Maggiore dei Salesiani, don Egidio Viganò, a Torino nella basilica di Maria SS. Ausiliatrice, distribuì solennemente a una folta rappresentanza di Cooperatori e  Cooperatrici il testo del Regolamento della Pia Unione riveduto in base alle nuove istanze di apostolato laicale presentate alla Chiesa dal concilio Vaticano II. Esso era stato già autorizzato «ad experimentum» il 14 aprile 1974, ma per la promulgazione del nuovo Codice di Diritto Canonico avvenuta nel 1983 fu necessaria un'altra revisione; perciò il 2° Congresso Mondiale dei Cooperatori diede il via a tale rielaborazione, che ebbe poi l'approvazione pontificia con decreto del 9 maggio 1986.

Il Rettor Maggiore, negli «Atti del Consiglio Generale dei Salesiani» n. 318 (luglio-settembre 1986) lo presentava con lettera ai Cooperatori e Cooperatrici, dopo averlo promulgato ufficialmente nella Pentecoste dello stesso anno. In tal lettera, dando ragione dell'avvenuta rielaborazione, scriveva: «Pensando al senso di Chiesa, all'ansia costante di operatività e alla sua duttilità nell'adattarsi ai tempi del nostro Fondatore, possiamo dire che, se egli fosse vissuto oggi, sarebbe stato il primo a volere questo impegno di rielaborazione. Don Bosco infatti aveva la sensibilità del divenire della società e della Chiesa e intuiva, per sintonia con lo Spirito, il compito di futuro racchiuso nel suo carisma nascente... "Sentirsi incorporato" a un concreto carisma della Chiesa esige poi di condividerne l'indole specifica progettata dal Fondatore per riattualizzarla in consonanza con i valori dei segni dei tempi. Ecco il perché di tanto accurato lavoro di rielaborazione del primo Regolamento scritto dallo stesso Fondatore per voi».

Il compito attuale dei laici - secondo la «Gaudium et spes» - é di animare cristianamente le realtà temporali e di essere testimoni di Cristo in mezzo alla società umana» (cf n. 43).

Don Viganò, a tale riguardo, aggiunse nella sua lettera: «Anche se l'Associazione, in quanto tale, rimane "estranea ad ogni politica di partito" (Regolamento 11, 2), tuttavia si interessa per una robusta formazione dei suoi membri in questo ambito; infatti interviene coraggiosamente, secondo le direttive della Chiesa locale, per promuovere e per difendere í valori umani e cristiani. Illumina e stimola i singoli Cooperatori ad assumere responsabilmente i propri impegni nella società» (Ivi).

È specialmente la famiglia che oggi è insidiata, e per riflesso, la gioventù. Ne sono prova lampante le recenti inique leggi del divorzio e dell'aborto votate dal Parlamento italiano e confermate da due referendum popolari. È quindi più che mai urgente l'opera dei Cooperatori Salesiani, unitamente a tutte le altre organizzazioni cattoliche e al Clero, per risanare tante piaghe sociali - il Concilio chiama appunto «piaga sociale» il divorzio e «orribile crimine» l'aborto - e ridonare serenità alle famiglie, guida sicura alla gioventù e pace alle nazioni.

Don Bosco ha tracciato ai suoi Cooperatori una strada che si può ancor oggi percorrere con frutto e con la speranza di raggiungere la meta ambita. Egli pose tutte le sue opere e istituzioni sotto la materna protezione di Maria SS. Ausiliatrice, che fu la sua costante celeste ispiratrice. Perciò il S. Padre - tanto devoto della Madonna - rivolgendosi ai membri del Congresso Mondiale dei Cooperatori li esortava a valersi dei suggerimenti e della materna ispirazione di Maria SS. Ausiliatrice «vostra speciale e potente Patrona».

 

 

Note

1 Nel tracciare brevemente la storia della Pia Unione dei Cooperatori Salesiani mi attengo alla ben documentata opera del mio confratello don GUIDO FAVINI, Il cammino di una grande idea - I Cooperatori Salesiani, Torino, L.D.C., 1962. Ma la fonte principale sono le Memorie biografiche di S. Giovanni Bosco, compilate da LEMOYNE – AMADEI – CERIA, S. Benigno C., Torino 1898-1939, volumi 19 (da me citate M.B.).

2 L'atteggiamento della S. Sede al riguardo non è cambiato: ne è prova il discorso del S. Padre al convegno di Loreto e ne sono controprova le recenti leggi anticristiane del divorzio e dell'aborto che i partiti anticlericali hanno fatto approvare dal Parlamento e poi dai referendum relativi.

3 La collana delle Letture Cattoliche (12 opuscoli annuali) fu iniziata da Don Bosco col concorso di mons. Moreno, vescovo d'Ivrea, nel 1853 e durò fino al 1954, allorché si trasformò nella rivista Meridiano 12. In 102 annate uscirono per le stampe 1224 fascicoli, a cui si aggiungeva ogni anno il Galantuomo, almanacco popolare inframezzato di prose e poesie amene e istruttive. Vi collaborarono il Frassinetti, il Pellico, il Martinengo, il Mioni, il Matteucci e parecchi Salesiani. Di Don Bosco sono 59 opuscoli.